Storia del Venezuela: dalla revoluciòn da operetta di Chavez alla fame vera

lunedì 9 aprile 15:17 - DI Redazione

4 febbraio 1992. Sono le 5 di mattina, squilla il telefono. “C’è un colpo di stato a Caracas”. “Eh? ma che stai dicendo? Che razza di scherzo… lasciami dormire!”. “Non è uno scherzo, accendi la televisione”. A quell’ora c’era una sola immagine di quello che stava succedendo, sfocata, confusa, assurda e senza spiegazioni: tra i lampioni e le palme che circondano l’ingresso del palazzo presidenziale si intravedeva un carro armato che saliva la scalinata e sfondava il portone. Poche ore e una cinquantina di morti più tardi, un tenente colonello sconosciuto, tale Hugo Chávez, si arrendeva all’esercito rimasto fedele al governo del Presidente social-democratico Carlos Andrés Pérez. Fu arrestato in diretta, e davanti a milioni di telespettatori increduli, pronunciava la sua memorabile frase: “Por ahora – Per adesso – gli obiettivi non sono stati raggiunti…”. Due anni dopo, fra sfottó e risate, Chávez uscí dal carcere, perdonato dal generoso indulgente Presidente successivo – il democristianissimo Rafael Caldera. Poi si presentó alle elezioni presidenziali del dicembre 1998. E vinse. Con il 56% dei voti. Prometteva un sistema nuovo, era il candidato del cambio.

La rivoluzione ridicola delle bandiere rosse

L’incredulità continuó durante vari anni ancora, da parte degli intellettuali, della borghesia, degli imprenditori, dei partiti politici tradizionali, dei media almeno finché poterono esprimersi liberamente prima di essere costretti a tacere o sparire. Si rideva delle camice e delle bandiere rosse, sempre più numerose e visibili dappertutto, dei discorsi sempre più radicali e aggressivi, dei militari sempre più onnipresenti nei posti chiave dell’amministrazione pubblica, delle gigantografie di Chávez sulle facciate dei palazzi, degli striscioni con slogan guevaristi: “Hasta la victoria, siempre. Patria o muerte!”. Si rideva di quest’operetta rivoluzionaria che sembrava uscita da un patetico teatrino degli anni Sessanta. Ma pur ridendo, molti intellettuali venezuelani e latinoamericani, appoggiati da un sonoro coro della sinistra europea, durante i primi dieci anni della cosidetta “revolución bonita” hanno accolto con entusiasmo il cambio di sistema politico dopo 40 anni di democrazia ormai viziata e anchilosata: viva la pulizia, morte alla corruzione, posto a idee nuove. Tranquilli, Chávez ha detto chiaramente che non è né marxista né castrista. Il Venezuela non è, non sarà mai Cuba.

Caracas è una delle città più pericolose al mondo

Agosto 2009, dieci anni dopo la vittoria di Chávez. La delinquenza é aumentata vertiginosamente, Caracas è già diventata una delle città più pericolose al mondo. Per correre meno rischi conviene vestirsi in modo piú che modesto, e meglio ancora, farsi passare per “chavista”: maglietta con il ritratto del Che Guevara, fazzoletto rosso al collo, jeans malandati, sandali di gomma infradito, e niente borsa, solo una busta di plastica del supermercato. A furia di cambiare il Paese, Chávez ha cambiato anche la bandiera, e quella con solo sette stelle è una rarità difficilissima da trovare, è un simbolo dell’opposizione. Sono bastati meno di dieci anni per cambiare profondamente il carattere del Paese. L’odio come pilastro della vita politica, in questo caso tra chavistas e “escuálidos” (gli squallidi è il nome meno insultante usato per identificare chiunque si opponga al regime), é un fenomeno nuovo, ma cresciuto in fretta, che ha spaccato il tessuto sociale fin dentro le famiglie. L’immigrazione spagnola, italiana, portoghese, libanese, ebrea, siriana, e lo spirito senza complessi dei Caraibi avevano creato un allegro miscuglio di razze, religioni, condizioni, caratterizzato da molta auto-ironia, irriverenza e familiarità. L’integrazione di immigranti e la mobilità sociale sono sempre state molto più elastiche qui che in altri Paesi della regione. Qui guai a chi è arrogante e si prende sul serio; qui “negro, negrito” è un termine affettuoso e vale per tutte le sfumature di mulatti, anche quelle più chiare; non dare del “tu” a qualcuno della tua età è offensivo. L’odio l’ha introdotto Chávez fin dai primi discorsi dopo la vittoria elettorale, quando disse in tono rabbioso, non scherzoso, che bisogna “friggere in olio bollente le teste dei politici del vecchio regime”, che va bene rubare ai ricchi perché essere ricchi è una cosa “cattiva”, e che bisogna fare la guerra ai “nemici” della rivoluzione. L’odio è rapidamente diventato un modo di governare, il marchio di fabbrica del chavismo, e ancora di più del suo erede il madurismo, dal 2013 in poi.  Ma il collasso del sistema produttivo è iniziato nel 2004, quando Chávez si è tolto la maschera e ha lanciato politiche degne di tutte le etichette dell’estrema sinistra – marxista, leninista, sovietica o cubana, fa lo stesso. Ha espropriato, insultato, minacciato imprese di tutti i settori, dai supermercati privati all’industria di acciaio e alluminio, che erano già statali. L”oligarchia” nazionale e straniera ha chiuso i battenti, e le imprese nazionalizzate non hanno potuto sostituire la produzione, specialmente ora che non ci sono investimenti né dollari per importare macchine, pezzi di ricambio, materie prime. La caduta delle importazioni è dell’80% dal 2014 ad oggi. Scarseggia tutto, dalla carta igienica alla carta per stampare passaporti, dagli antibiotici all’acqua, dal pane alle batterie per auto. Secondo il governo, la colpa è sempre della “guerra economica” scatenata dall’”Impero” contro la rivoluzione. Lo stipendio minimo è di circa 30 dollari al mese: è sceso del 75% in termini reali, senza inflazione, negli ultimi 5 anni. Con questo stipendio, nel 2012, si potevano comprare 52.854 calorie, ora soltanto 7.000. Tradotto in una sola parola: fame. La situazione negli ospedali pubblici, che erano un modello in America Latina, è gravissima: è riapparsa la malaria (eradicata nel 1961, prima che negli Stati Uniti), i casi di tubercolosi e morbillo sono esplosi, per i neonati prematuri non c’è niente da fare, e oltre alle medicine mancano medici, chirurghi, infermieri. Le università pubbliche, che erano gratuite e di buonissimo livello, si svuotano non solo per mancanza di professori e di studenti, ma per mancanza di un futuro dignitoso. Nelle scuole elementari i bambini svengono in classe perché non hanno fatto colazione. Il tasso di povertà è aumentato dal 48 all’82% tra il 2014 e il 2016. 

Commenti

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  • fghajdk@csj.com 9 aprile 2018

    COMUNISMO O SOCIALISMO = FAME, MISERIA, DITTATURA.
    Eppure a questo mondo (soprattutto in Italia) ci sono ancora quelli che si professano comunisti. Bisogna proprio essere dei mentecatti.