Il delirio delle femministe contro la Casellati: hanno da ridire pure sul cognome

Strana categoria le femministe nostrane. Due pesi e due misure. Appena una donna non “affine” al credo progressista e radical-chic assurge a un ruolo di rilievo, buttano al macero le battaglie di genere, non cantano vittoria, dimenticano di essere femministe e acquisiscono i meccanismi del più becero maschilismo. Capita così che la neo-eletta presidente del Senato, prima donna a Palazzo Madama, Elisabetta Casellati, debba prendersi una carrellata di giudizi negativi. A guidare la cordata anti-Casellati, in barba alle battaglie di genere, è il settimanale l‘Espresso che ospita la rubrica della scrittrice Denise Pardo che propone questo titolo: “Tra bunga bunga e Sex and the City”.  Un titolo che è un manifesto programmatico. La Casellati è anzitutto rea di essere la «vestale legale del berlusconismo più conservatore e anti procure», «genere adorante il Cavaliere Capo»: le fustigatrici del costume altrui un tanto al chilo si chiedono – come al solito con le chiavi della verità in tasca – come si possa far accomodare sulle poltrone della nostra politica una signora che usa anche il cognome del marito. Una “colpa”, un uso retrivo, «come nel Pleistocene».

Riperticare nel commento il «bunga bunga», le olgettine e la nipote di Mubarak, dà la misura di quanto la solidarietà di genere non esista nel campo femminista. Nonostante questo risultato davvero storico (soprattutto se pensiamo che la prima presidente donna della Camera venne eletta nel 1979 – Nilde Iotti), nessuna femminista si è alzata e ha applaudito. Elisabetta Casellati  non viene giudicata per il suo profilo personale e politico bensì come la fedelissima di Berlusconi, e dunque immeritevole di qualsiasi considerazione che non sia quella che normalmente i media e certi commentatori riservano a chi è un alleato o un fedele del Cavaliere. Nel Pantheon della Pardo – leggiamo- va bene solo Cynthia Nixon: newyorkese, ultrà democratica, attrice eroina del telefilm Sex and the City, da tempo impegnata nella lotta per i diritti della comunità Lgbt, madre di due figli avuti da un primo marito e di un altro avuto da una prima (seconda) moglie. Lei sì, va bene, alla Pardo piace perché ha una «vita personale molto contemporanea». Altro che la Casellati, o Daniela Santanchè che ancora usa il cognome dell’ex, o Letizia Moratti che chissà perché si presenta come Moratti… Prendiamone atto, le battaglie della sinistra femminista si fermano all’anagrafe. Poche cose sono importanti, determinanti: il lessico dei sostantivi declinato al al femminile di boldriniana memoria, avere “una vita contemporanea”, cioè fare figli con altre donne, usare solo cognome di nascita, guardare e prendere esempio da telefilm pieni di sesso occasionale. Assurgere alla seconda carica dello Stato conta quasi zero.