Il “contratto alla tedesca” è facile, facilissimo: praticamente impossibile

Fa presto Luigi Di Maio a dire “contratto alla tedesca“. Evidentemente, il capo politico del M5S ne ignora le difficoltà e le responsabilità che ad esso sono sottese. Non è un caso che Angela Merkel e Martin Schulz, rispettivamente leader del Cdu e dell’Spd, abbiano travagliato per circa sei mesi prima di partorire il governo tedesco sotto forma di rinnovata Grosse Koalition. A sentire infatti Daniel Gros, direttore del Centre for European policy studies (Ceps) di Bruxelles, la possibilità di importare anche in Italia la soluzione di un governo “alla tedesca” rappresenterebbe una via di uscita teorica difficilmente realizzabile nella pratica.

L’esperto: «Il contratto azzera le promesse elettorali centrali»

«Prima di tutto – spiega il professor Gros – perché i partiti dovrebbero abbandonare le loro promesse elettorali, quelle centrali. In secondo luogo dovrebbero essere capaci di sentirsi legati a questo accordo anche sei mesi, un anno dopo averlo concluso». Tradotto, significa che Di Maio dovrebbe rinunciare al reddito di cittadinanza e Salvini salutare malinconicamente l’idea della flat tax. Sarebbe una sorta di disarmo bilaterale in cui ognuno dei contraenti dovrebbe essere pronto a rinunciare ai temi più pregiati (e popolari) della campagna elettorale. A Berlino funziona. A Roma, chissà.

M5S e Lega dovrebbero rinunciare a reddito di cittadinanza e flat tax

Per Gros, tuttavia, una soluzione può essere tentata nel caso uno dei partiti-contraente non avesse alcuna volontà di rispettare gli impegni sottoscritto, ed è la sanzione elettorale. « Il partito che poi non segue questo contratto – spiega lo studioso tedesco – dovrà spiegarsi con gli elettori e l’ultima parola spetterà sempre a loro». Se gli elettori puniscono il partito fedifrago, la sanzione popolare può costituire un forte deterrente all’inadempienza contrattuale. Se, al contrario, il tradimento degli impegni assunti al momento della stipula dell’accordo sul governo dovesse passare in cavalleria, il contratto «non sarebbe molto utile». Resta, infine, il tema del rapporto con l’Europa. Gros non nasconde la propria preoccupazione per il sentimento di insofferenza presente, in misura crescente, nella politica italiana: «Se l’Italia – spiega il direttore del Ceps -segue il patto di stabilità e le altre regole europee è un conto. Nel caso dica il contrario – ha concluso – sarebbe molto nocivo».