Così i regimi comunisti hanno inondato il pianeta di armamenti

Abbiamo notato che le sinistre, soprattutto in Italia, sono quelle che più si sgolano per chiedere la pace nel mondo, per dire no alla guerra, che urlano contro i guerrafondai. Una lezione di storia non farà male a questi ipocriti in malafede e li farà rendere conto che è la loro ideologia che ha insanguinato – e continua a insanguinare – il pianeta.

L’Unione Sovietica arma tutti i terroristi

Come è ovvio, la fine della Seconda Guerra Mondiale lasciò sul terreno una grande quantità di armamenti. In un quadro geoopolitico estremamente mutato, fu presto evidente che l’Unione Sovietica, ma non solo, armò per decenni tutti i gruppi terroristi ostili al mondo libero. L’industria pesante sovietica, d’accordo con i servizi, iniziò sistematicamente ad armare gruppi e gruppusoli di guerriglieri che tentavano di destabilizzare i rispettivi Paesi. Talvolta Mosca utilizzava altri Paesi per organizzare le consegne, come ad esempio la Cecoslovacchia e altri Paesi del Comecon. Le armi sovietiche finirono così nelle pericolose mani dei guerriglieri algerini, di molti feroci dittatori africani come Idi Amin Dada o Mobutu Sese Seko, a Gheddafi, ai Vietcong, agli indiani, egiziani, iracheni, siriani. Il boom di questi traffici clandestini si ebbe a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, quando carichi di armi venivano inviati su piccoli mercantili ma anche vecchi aerei da trasporto che attraverso il nordafrica arrivavano sino ai movimenti guerriglieri delle ex colonie portoghesi. Un cliente sempre privilegiato furono i movimenti palestinesi, riforniti tramite alcuni Paesi arabi. Si ricorderà che nel 1973 proprio in Italia alcuni terroristi palestinesi, aiutati da terroristi comunisti italiani, furono bloccati mentre stavano preparando un attentato all’aeroporto di Fiumicino con un modernissimo – per l’epoca – sistema missilistico spalleggiabile Sa-7 Strela, col quale si poteva agevolmente abbattere un aereo passeggeri in decollo stando sulla strada che fiancheggia le piste. Il caso del Mozambico è sintomatico ed esplicativo di come avvenivano i traffici: i sovietici, contando anche sull’inerzia dell’Occidente, avviarono un gigantesco ponte aereo con gli Antonov da carico, che con una rotta che partiva da oltre la Cortina di Ferro passava per la Jugoslavia facendo scalo in Libia. Da lì si andava in Nigeria o in Guinea Equatoriale per poi arrivare all’aeroporto di Luanda e scaricare il tutto, aiutati e assistititi dagli immancabili “consiglieri militari” cubani che sovrintendevano questo genere di operazioni. Dagli Antonov spuntavano persino i carri armati sovietici T-34 oltre a una serie impressionante di armamenti di ogni tipo. Stessa procedura fu poi attuata per rifornire i ribelli dell’Etiopia.

Il ruolo della Cina

Ma non solo l’Urss si distinse in questo commercio, anche la Cina comunista entrò nell’affare a partire dagli anni Sessanta. La Cina, dopo la presa del potere di Mao Tse Tung, iniziò a costruirsi una poderosa industria militare, anche se le sue armi erano di qualità medio-bassa. Le prime esportazioni di armi cinesi andarono al Vietnam del Nord, che ne aveva bisogno per aggredire il Vietnam del Sud, per poi dirigersi verso lo Zambia, la Tanzania e l’Albania. Poiché le armi cinesi erano a prezzi veramente competitivi, esse giunsero nelle mani dei gruppi terroristi più estremisti e sperduti. Pechino non ebbe mai problemi per aggirare gli embarghi, usando spesso la triangolazione col Pakistan, suo tradizionale alleato, che fece arrivare ingenti quantitativi di armi proprio nella musulmana Bosnia Erzegovina già nel 1983, prima dell’omonima guerra.

La performance invidiabile della Corea del Nord

Ma il record in questo singolare settore del commercio spetta senza dubbio alla Corea del Nord, principale esportatore mondiale di armi in rapporto al numero di abitanti. Qualsiasi gruppo riesca ad avere i giusti contatti con l’apposito “ufficio”, può trarne certamente grandi vantaggi, dato che i prezzi sono stati sempre davvero popolari: una mina antiuomo costa appena un dollaro americano, che è poco, anche se il livello tecnologico non è altissimo, ma che comunque il suo danno lo fa. Le armi leggere, copie delle sovietiche e delle cinesi, sono ugualmente a buon mercato, così come lanciarazzi, artiglieria campale, sino ad arrivare addirittura ai sommergibili tascabili e unità navali. La Corea del Nord risolve ogni problema, disperatamente alla ricerca di denaro com’è. Basti pensare che durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988) Pyongyang riuscì a vendere le sue armi e entrambe le parti. Per questi motivi le armi Nordcoreane hanno trovato grandi mercati in Asia e in Africa. Gli affari hanno cominciato ad andare male dopo il 1989, con il crollo dell’Urss, e con il relativo apparire sul mercato mondiale di enormi quantitativi di armi a prezzo ancora più basso. nel frattempo però la Corea del Nord hanno affinato la progettazione e realizzazione dei missili balistici, come ben sappiamo, collaborando con Paesi come ad esempio l’Iran, con un reciproco travaso di tecnologie.