383 frane, 90 voragini l’anno, zone a rischio alluvioni: le cifre del disastro Roma

Roma, un’emergenza continua a cui, dalle minacce del Tevere al degrado delle periferie, passando per una manto stradale che vanta il triste primato delle voragini, sembra rispondere solo un assordante silenzio istituzionale. E anche quando si prova a dare delle risposte, il risultato finisce quasi sempre per denunciare inoperosità o inconcludenza. E allora, ad oggi, risultano essere 250.000 i cittadini a rischio alluvione, 90 voragini all’anno negli ultimi 8 anni, la media dei dissesti stradali calcolata, ben 28 le zone a rischio frane, oltre che 383 i fenomeni franosi registrati.

Ecco le cifre del disastro Roma

Sono i numeri di Roma, quelli forniti e ufficialmente stilati – nero su bianco – dal primo rapporto su rischio alluvioni, frane, cavità del sottosuolo e acque sotterranee non a caso intitolato “Il Piano Roma Sicura”, presentato oggi e curato dall’Autorità di Distretto idrografico dell’Italia Centrale in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile nazionale, l’Ispra e la struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche #italiasicura. Sono le cifre del disastro che si sommano di amministrazione in amministrazione e che dimostrano come, da Marino alla Raggi, la matematica degli interventi non abbia prodotto soluzioni attendibili.

Nel dettaglio del report che registra il degrado

E se la matematica non è un’opinione, è chiaro e sotto gli occhi di tutti, ormai, che la Città Eterna ma fragile rischia il tracollo con i suoi 32 kmq di gallerie sotterranee e i 700 km di reticolo idraulico con canali e fossi in stato di grave degrado. E poi c’è il “biondo” Tevere, che conta 120 ettari di golene su 1150 cementificate da manufatti anche abusivi, 9 km di rive in stato di completo abbandono, 2,7 km di banchine con smottamenti e 59 installazioni con pochi ormeggi adeguati. Per non parlare dei 22 relitti di barche affondati e abbandonati nelle sue acque. Laddove abbandono, ahinoi, sembra essere la parola-chiave, il comune denominatore – tanto per restare nella metafora matematica – delle ultime amministrazioni capitoline.