Troppe le violenze sui sanitari nel luogo di lavoro: 1.200 in un anno

Dei 4 mila casi di violenza sul luogo di lavoro registrati in un anno in Italia, più di 1.200 riguardano operatori della sanità: all’interno di questo 30%, il 70% è contro professioniste donne, soprattutto medici della guardia medica. Sono i dati Inail portati dalla Fnomceo, e confermati dal ministero della Salute, all’attenzione dell’Osservatorio permanente per la garanzia della sicurezza e per la prevenzione degli episodi di violenza ai danni degli operatori sanitari che, presieduto dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, si è insediato ieri al dicastero di lungotevere Ripa. “Più di 3 episodi di violenza al giorno contro professionisti della sanità, 2 contro colleghe donne – osserva il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli -. Una carneficina silenziosa, che spesso rimane nascosta per vergogna, per pudore di una denuncia che scoperchierebbe il vaso di Pandora delle inadeguatezze strutturali, perché quasi messa in conto come componente del rischio professionale”. E anche quando la denuncia trova finalmente voce, rimane a volte inascoltata: “Per poca sensibilità sul tema da parte delle autorità competenti, per inadeguatezze strutturali e organizzative difficili da sanare, per carenza di fondi”, denuncia la Fnomceo in una nota. Le leggi non mancano, rimarca la Federazione: “La legge 81, innanzitutto, nota come Testo unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Quando si parla di sanità, però, molti degli adempimenti previsti rimangono disattesi. E i medici, gli infermieri, i veterinari, i farmacisti, gli ostetrici sono costretti a lavorare in situazioni di frontiera, anche sotto la soglia di sicurezza”, rileva ancora la Fnomceo. Tanto che “molte colleghe sono costrette a farsi accompagnare al lavoro da padri, fratelli, fidanzati, persino da bodyguard finanziati a loro spese. Tre le aree individuate come maggiormente a rischio di violenza: l’area territoriale, con i presidi di guardia medica, gli ambulatori, i servizi psichiatrici; quella ospedaliera, in particolare il pronto soccorso; quella veterinaria (servizi ispettivi, macelli, allevamenti)”. A far scattare il meccanismo che accende il comportamento violento è, in generale, un’attesa del paziente non soddisfatta: una mancata priorità nell’accesso, una prescrizione di farmaci negata, una prestazione giudicata necessaria e urgente, una diagnosi o un referto sgraditi. “Ora occorre che anche sul territorio e nella politica a ogni livello si instauri e cresca una cultura della sicurezza, e vengano attuati provvedimenti strutturali e sistematici. La sicurezza dei nostri professionisti è una questione etica e sociale. Dobbiamo garantirla a loro perché garantiscano cure di qualità ai pazienti”.