“Repubblica” costretta a celebrare l’arte fascista dei futuristi: «Quanto era bella…»

Una paginata per spiegare che nel periodo “più buio” l’arte italiana “era la più bella”, una paginata di equilibrismo per ammettere che i futuristi erano anche fascisti ma non si capisce perché, visto che erano così bravi e geniali. Su Repubblica, a pagina 26, Natalia Aspesi si esercita sulla mostra allestita dalla Fondazione Prada, “Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943” (in programma a Milano dal 18 febbraio al 25 giugno) cercando di separare i due fenomeni in maniera da non imbarazzare se stessa e il giornale. Ma il risultato è grottesco.

I  “futuristi” esposti, da Giacomo Balla, a Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi e Mario Sironi, intervellati da 29 cinegiornali integrali, selezionati in collaborazione con l’Istituto Luce, documentano non solo un movimento artistico prorompente ma anche un periodo storico nel quale la cultura era il fiore all’occhiello di un regime fondato sul consenso.

Non c’è il rischio di fare arrabbiare la Boldrini, facendo apologia del fascismo?, è il tema dell’articolo della Aspesi. «Il dubbio l’abbiamo avuto – risponde l’organizzatore, Germano Celant – abbiamo temuto visitatori inopportuni, ma non ce ne sono stati. Sarà che l’arte in genere, pure quella del fascismo, non interessa ai fascisti di oggi…». Ovviamente identificati con una destra rozza, incolta e spregevole.

E agli artisti ospitati, le cui opere che raccontano il futurismo arrivano da tutto il mondo, Repubblica fornisce anche un alibi politico: «Sul catalogo le immagini prendono le distanze dalla storia e parlano di documenti che conducono alla tragedia finale della guerra… leggere dell’antusiasmo fascista di chi oggi giustamente è considerato un grande e prezioso artista un po’ immalinconisce, lo si sapeva, ovvio, ma l’artista ha sempre avuto il suo mecenate, i Papi, i re, i principi, le dittature….”. E lo scomodo legame tra futurismo e fascismo è risolto, nella coscienza storica di chi scrive. Nella speranza che alla Boldrini, ospitata due pagine prima, il distinguo possa bastare…