Renzi: «Lascio la guida del Pd». Verso la reggenza affidata ad Orfini?

«Lascio la guida del Partito democratico»: questo l’annuncio di Matteo Renzi al termine di una  giornata convulsa. Il leader Pd è rimasto asserragliato nel suo ufficio al Nazareno. Fuori da quella stanza, il caos. La minoranza interna guidata dal ministro Andrea Orlando fa filtrare un invito perentorio al segretario: dimissioni immediate e gestione unitaria fino al prossimo congresso. Per tutta risposta, l’annunciata dichiarazione di Renzi alla stampa fissata alle 17 slittava ad orario da destinarsi, alimentando il moto altalenante in corso dalla notte scorsa, con lo scorrere in tv delle prime proiezioni del risultato elettorale. Numeri e percentuali che, schermata dopo schermata, disegnavano le proporzioni di una disfatta irrimediabile più che quelle di una sconfitta contenuta. Il confine tra i due esiti è stato costantemente arretrato nel corso della campagna elettorale fino a rinculare a quota venti per cento. Quando anche questa soglia psicologica è stata impietosamente spazzata via, l’allarme rosso è risuonato fin dentro le difese estreme, quelle sistemate sulla linea delle candidature dei big. I collegi-bunker di Dario Franceschini e Marco Minniti si rivelano due trappole mortali. Entrambi ministri finiscono out. Rientreranno in Parlamento solo grazie al paracadute del proporzionale. È a quel punto, alle prime ore di questa mattina, che la voce “Renzi si è dimesso” comincia a girare come una trottola. «Non risulta», è la pezza appiccicata dal portavoce Marco Agnoletti. Ma è una smentita che non smentisce un bel niente. Ha l’effetto, anzi, di accrescere un nervosismo che nella sede del Nazareno già si taglia a fette. Alla fine, si prende tempo: «Renzi parlerà alle 17». Nell’ attesa, tra i dirigenti, fioriscono le ipotesi sugli scenari post-voto nel partito. Si parla di una reggenza affidata al presidente Orfini, l’altro Matteo del Pd. Ma circolano anche i nomi di Lorenzo Guerini o di Maurizio Martina, tra i pochi scampati al disastro. Sono tutti devoti al leader. Circostanza che spinge a ritenere che il leader abbia in mente una ritirata strategica, non un volontario esilio. Resta il problema della linea politica, la strategia da opporre, se possibile, all’opa ostile lanciata da Di Maio sull’elettorato della sinistra. Ma ora è tempo di sopravvivere. Occorrerà convocare una direzione o un’assemblea per eleggere, statuto alla mano, un nuovo traghettatore che conduca il partito al congresso attraverso nuove primarie. Tra i nomi ipotizzati spicca quello, clamoroso, di Walter Veltroni. Un salto all’indietro che varrebbe più di cento epitaffi sul falso mito “rottamatorio” agitato da Renzi. Che intanto aveva apparecchiato tutto per le cinque della sera, l’ora delle corride. Poi ha rinviato. Forse rendendosi conto che questa volta il toro da matare è proprio lui. E alla fine Matteo ha gettato la spugna