Renzi e Boldrini rottamati: neanche l’antifascismo ha salvato la sinistra

“Un risultato storico, sono commosso…”. Era il 25 maggio del 2014, il giorno in cui Matteo Renzi, premier senza essere stato votato ed eletto ma solo grazie a una manovra di partito, aveva portato il Pd al 40% alle Europee, sull’onda della regalìa degli 80 euro che aveva confuso e lusingato gli italiani.

A distanza di quasi quattro anni, quel bluff s’è sgonfiato come un sufflé andato a male. Il Pd, in base alle prime proiezioni, è sceso sotto il 20%, dimezzando quei voti, un patrimonio dilapidato che chiuderà, con tutta probabilità, l’era di Renzi e dei suoi, dalla Boschi ai Lotti, ai Padoan, alla Fedeli. Difficile immaginare che il segretario del Pd possa resistere alla débacle delle Politiche, se si considera che nel 2013, il Pd guidato dall’allora segretario Pier Luigi Bersani raccolse il 25% e l’allora segretario, non riuscendo a fare un governo con il M5S, dovette ammainare bandiera bianca.

E la frattura con gli scissionisti, quelli che hanno formato Liberi e Uguali? Renzi promise che non avrebbero sottratto voti al Pd, ma anche in questo caso si sbagliava, nonostante il risultato altrettanto fallimentare del partito di Grasso e Boldrini, fermo intorno al 4%. Sommando i voti del Pd a quelli di Leu, non si tocca neanche quella soglia psicologica raggiunta cinque anni fa da Bersani, il gap è clamoroso, il tracollo importante. Le conseguenze politiche, in un paese normale, sarebbero l’uscita di scena dei protagonisti.

Neanche la campagna elettorale tutta incentrata sulla retorica dell’antifascismo ha prodotto l’effetto sperato: la campagna d’odio contro la destra nostalgica, la legge Fiano, i proclami della Boldrini, non hanno prodotto gli effetti sperati negli elettori, che hanno rottamato i leader della sinistra e ridicolizzati anche dal punto di vista ideologico. I problemi degli italiani, evidentemente, non erano quelli di Renzi e della Boldrini. Entrambi dovrebbero prenderne finalmente atto.