Palermo celebra Joe Petrosino. Ma il sindaco Orlando tira in ballo i migranti

Il Comune di Palermo ha ricordato oggi, con la deposizione di una corona di fiori sul luogo dell’omicidio, Joe Petrosino, il poliziotto italo-americano (sul quale è in uscita un film con Leonardo DiCaprio) ucciso a piazza Marina il 12 marzo del 1909. «Come ogni anno – ha sottolineato il sindaco Leoluca Orlando – la città di Palermo ricorda Joe Petrosino, facendo memoria di quanto sia stato difficile nella storia di questa città liberarsi dalla presenza mafiosa dentro le istituzioni e di quanto sia stato significativo il comportamento di Joe».

Il sindaco Orlando strumentalizza anche Petrosino e lo paragona ai migranti

Il sindaco Orlando strumentalizza anche Petrosino e lo paragona ai migranti

L’insopportabile retorica di Orlando su Petrosino e i migranti

Peccato che l’omaggio a uno dei grandi italiani del Novecento, si sia trasformato in un melenso e retorico sermone pro-migranti da parte del sindaco Orlando. «Migrante, appartenente ad una famiglia di migranti e divenuto cittadino americano e poliziotto – ha proseguito Orlando – si impegnò per liberare la sua terra di origine ed il suo paese di adozione dall’ipoteca mafiosa. Un’operazione che è anche di straordinaria rivalutazione dei tanti migranti costretti a fuggire per sottrarsi allo strapotere ed alle violenze della mafia e condannati poi ad essere considerati mafiosi per quelli che continuarono all’estero l’attività criminale».

Chi era Joe Petrosino

Quello che Orlando dimentica di dire è che gli italiani che arrivavano in America, venivano tenuti a Ellis Island, dove erano sottoposti a controlli minuziosi. Chi aveva precedenti o era considerato inadeguato fisicamente o moralmente veniva rispedito in Italia senza troppe cerimonie. Petrosino, come la stragrande maggioranza degli italiani che andavano a lavorare all’estero, erano obbligati a rispettare le leggi se non volevano finire a marcire in prigione. E talvolta bastava avere qualche opinione fuori dal comune, per rischiare anche la vita (come è testimoniato dal processo a Sacco e Vanzetti). È quindi perlomeno incauto nei confronti dei nostri emigranti, fare dei paralleli tra i richiedenti asilo che oggi arrivano dall’Africa, sbarcano in Italia e dopo pochi giorni circolano per le nostre città senza essere neanche identificati. Che protestano perché non hanno il wi-fi o perché il cibo non è di gradimento. Un parallelo che è un’offesa per intere generazioni di italiani che hanno speso una vita di lavoro e di sacrifici in terra straniera.