Ora parla Violante: ci fu anche chi aveva interesse a liberarsi di Moro…

“L’Italia durante il sequestro dello statista Dc fu al centro di uno scontro nel quale alcuni cercavano di capire e altri di trarre vantaggio, cercando anche di condizionare l’esito di quella vicenda. E ci fu anche chi aveva interesse a liberarsi di Moro”, dice oggi Luciano Violante, magistrato, poi deputato comunista e presidente della Camera, ricordando la vicenda Moro. Ma “da lì, dai cinque uomini lasciati senza vita dal fuoco brigatista, e poi dalla fine di Moro, parte anche la reazione che porta alla sconfitta del terrorismo – sottolinea Violante – come avverrà quasi 15 anni dopo, contro la mafia, con la risposta del Paese alle stragi di Capaci e via D’Amelio”. Per l’ex presidente della Camera, già a capo della Commissione parlamentare antimafia, dal ’92 al ’94, infatti “la vicenda Moro sta al terrorismo, come le uccisioni di Falcone e Borsellino stanno alla mafia, sono i punti più alti dell’attacco contro lo Stato, ma anche il momento che dà l’inizio al percorso che vede la riaffermazione della democrazia”. Nel ’78, Violante fu tra i sostenitori della linea della fermezza: “Moro doveva essere trovato dalla polizia – dice – perché trattare in quel momento con i brigatisti avrebbe portato a fare lo stesso con tutti i rapiti, a tenere lo stesso registro, portando inevitabilmente alla ribellione delle forze di polizia”. E poi – aggiunge – non sapevamo neanche se le Br volevano davvero trattare. Detto questo, guardo comunque con il massimo rispetto a chi ha sostenuto posizioni diverse”. Violante non nasconde come però ci furono anche altri interessi in ballo. “Ci fu parte dello Stato che cercò veramente Moro – spiega l’ex magistrato e poi deputato comunista – altri invece intendevano impedire che Moro fosse trovato” come dimostra “l’ottima relazione dell’ultima Commissione Moro e il lavoro di quelle che la hanno preceduta”. “Un’altra parte giocò una partita diversa, perché ci fu anche chi aveva interesse a liberarsi di Moro, uomo esposto per i rapporti con il Pci e per il ruolo che aveva costruito per l’Italia nel Mediterraneo”. Non solo in Italia. “E’ evidente come alcune delle scelte di Moro non fossero gradite, ma penso anche che chi impedì la liberazione del leader della Dc avesse rapporti diretti con le Br, e forse anche input che potevano arrivare da oltre confine, dai quattro punti cardinali. Trovo inoltre inaccettabile lo spazio dato in questi giorni agli assassini su diversi mezzi di comunicazione”, aggiunge Violante. La fine di Moro è, anche, la fine di un progetto politico che Violante intesta al leader Dc e a Berlinguer: “Il prestigio che mettevano in campo Moro e Berlinguer fece superare le difficoltà in ciascuno dei due partiti a una intesa con l’altro. Nel Pci a quei tempi, tra chi non voleva l’accordo si diceva meglio sbagliare con il partito che avere ragione da soli e così prevalse la linea di Berlinguer”. “La scelta di fermare Moro ha avuto effetti determinanti, si bloccò quella idea di arrivare a una cooperazione tra i due principali partiti, la Dc e il Pci, in grado di portare avanti il Paese, di raggiungere una fase diversa della politica”, spiega Violante, che si mantiene cauto sul significato della “terza fase”, di cui Moro spesso parlava. “Non possiamo dire se era l’anticamera dell’alternanza al governo del Paese – riflette Violante – di sicuro ci sarebbe stata una cooperazione, una svolta radicale”. “Ma senza Moro i due maggiori partiti restano senza strategia”, lasciando spazio al “Psi che riuscì meglio di Dc e Pci a interpretare una società nuova”, dice l’ex giudice istruttore parlando degli anni ’80. Violante fu allievo di Moro a Bari, dove insegnava Diritto Penale. “Era un accanito lettore della realtà su cui costruiva strategie; sfuggiva alla battuta facile e cercava di capire cosa c’era”. “Il terrorismo degli anni ’70 voleva dimostrare che lo Stato non poteva guidare il paese democraticamente, voleva uccidere persone-cerniera, chi poteva dare credibilità alle Istituzioni”, spiega l’ex presidente della Camera. “Ai giovani – conclude Violante – bisogna far capire come quella storia, con la morte dei cinque agenti di scorta e poi con l’assassinio di Moro, è una storia che appartiene anche a loro: l’Italia di oggi, quest’Italia che non riesce a trovare una via di stabilizzazione dei rapporti politici e sociali, nasce anche dalla vicenda Moro, unico caso nel mondo occidentale di sequestro e omicidio di un uomo di Stato”.