Omicidio Fragalà, il pentito Bonomòlo fa anche il nome di Paolo Cocco

Colpo di scena all’udienza del processo per l’omicidio di Enzo Fragalà dove sono chiamati a testimoniare in videoconferenza i pentiti Salvatore Bonomòlo e Monica Vitale.

Per la prima volta emerge che Bonomòlo ha fatto ai pm, nel corso dei due precedenti interrogatori – finora se ne conosceva solo uno – anche il nome di Paolo Cocco, uno dei sei imputati oggi alla sbarra per l’omicidio, a colpi di bastone, del noto penalista palermitano e parlamentare di Allenza Nazionale assassinato da Cosa Nostra nel febbraio 2010, così come ha fatto anche l’altro pentito Francesco Chiarello. Si rafforza, dunque, la ricostruzione della Procura. Che, però, dovrà ora depositare il secondo verbale di interrogatorio del pentito, verbale che, per un errore, non è stato depositato al procedimento. Di qui la sospensione dell’interrogatorio di Bonomòlo e il rinvio alla prossima udienza del 22 marzo.

Bonomòlo inizia raccontando in aula i suoi rapporti consolidati, nel corso degli anni, con alcuni degli imputati del processo per l’omicidio Fragalà. E i primi contatti «a 15 anni» con «esponenti della famiglia mafiosa di Porta Nuova». Ma anche i rapporti di amicizia, costruiti nel tempo attraverso azioni comuni, pestaggi ed estorsioni, con alcuni degli imputati del processo per l’omicidio Fragalà.
Nel 2003 Bonomòlo era già operativo nella famiglia di Palermo Centro insieme a Tommaso Lo Presti che, all’epoca, era capomandamento di Porta Nuova e gestiva anche la famiglia di Palermo Centro». Lo Presti aveva preso il posto di Gaetano Badalamenti, cugino dello stesso Bonomòlo e arrestato come capomandamento di Porta Nuova, intorno al 2003.

Bonomòlo ricorda che iniziò a fare estorsioni a Palermo Centro e Porta Nuova. «Nel 2003 sono stato arrestato per la rapina al Banco di Sicilia e nel 2004 vengo scarcerato per scadenza termini – ricostruisce il pentito – Mi mandò a chiamare mio cugino Agostino Badalamenti e mi disse che dovevo gestire le estorsioni dell’Olivella.  Mi servivano alcune persone fidate da mandare in vari locali dell’Olivella, negozi e cantieri, per le estorsioni». E un boss gli segnalò e gli presentò Francesco Arcuri, oggi alla sbarra per l’omicidio Fragalà.

Arcuri è un violento, spiega ai pm in aula Bonomòlo, raccontando tutta una serie di episodi che rivelano la propensione di Arcuri alla violenza, ai pestaggi, specialmente a colpi di bastone. Proprio come è accaduto a Enzo Fragalà.
«Da quel momento ho iniziato a mandare Arcuri ai negozi dell’Olivella. E si occupava di “mettere a posto” chi non pagava. Io lo mandavo e lui eseguiva. Poi io davo i soldi delle estorsioni a Salerno che li dava a mio cugino». Arcuri non si fa pregare più di tanto. E’ un violento. E, ben presto, mette in ginocchio i commercianti che non vogliono pagare il pizzo: «ha messo a posto una ventina di negozi e ha partecipato anche ad azioni punitive», ricorda Bonomolo.

Ha conosciuto bene Arcuri? chiede a Bonomòlo il pm.
«Si perché faceva estorsioni per me. E abbiamo fatto due pestaggi insieme. Uno a Giovanni Ceraolo, un commerciante che ha tre negozi e che ritardava a pagare il pizzo. Poi abbiamo pestato uno che faceva furti di materiale edile in un cantiere del costruttore Sanfratello il quale era protetto perché ci pagava il pizzo. Francesco Arcuri individuò il ladro di materiale edile, lo portò al “Capo” (quartiere di Palermo, ndr), in una macelleria di Giacomo Miccichè. Gli dissi di aspettarmi prima di toccarlo. E invece quando arrivai, subito dopo, lo aveva già massacrato di botte. Già ci andava pesante, già ci andava pesante con le mani». Proprio come accadrà a Enzo Fragalà, picchiato a morte a bastonate con “u lingnu”, il legno, il manico di un piccone.

I pestaggi erano all’ordine del giorno nel gruppo mafioso. Soprattutto contro chi non pagava il pizzo e contro chi disturbava quei commercianti che pagavano e che erano, per questo, protetti dalle cosche stesse.
«Era stata preparata anche una spedizione punitiva contro Angelino Galatolo perché faceva casino all’Olivella e i commercianti si lamentavano – ricorda Bonomòlo in aula – E preparammo delle mazze perché lo dovevamo pestare io, Francesco Arcuri, Giuseppe Auteri e Massimo Bonura». All’ultimo momento, però, arrivò l’ordine dall’alto di sospendere il blitz. «Ci fermarono per rispetto a Vito Galatolo».

Bonomòlo spiega anche come conobbe Giuseppe Auteri «nel 2003 nel magazzino dello zio di Tommaso Lo Presti quando avevamo in piedi un traffico di droga». C’era stato un conflitto nella famiglia di Palermo centro per questioni potere. Volevano togliere il potere a Tommaso Lo Presti. E il gruppo, che si riuniva nel magazzino dello zio di Tommaso Lo Presti dove aveva in piedi un traffico di droga, si preparò ad affrontare i rivali in una sparatoria. Fu proprio Auteri, che partecipava alle varie riunioni nel magazzino, ad occuparsi di rubare alcuni motorini che sarebbero potuti servire in caso di conflitto a fuoco con i rivali in un’eventuale guerra di mafia che si andava prospettando all’orizzonte.
Nel 2004 Bonomolo inizia a gestire il business delle «macchinette» di Porta Nuova», i videopoker che le cosche controllavano nella zona, assieme a Francesco Arcuri, Giuseppe Auteri e Giuseppe ‘U Terremoto.

Francesco Arcuri e Giuseppe Auteri «erano voluti bene dal mandamento di Pagliarelli, da Gianni Nichi, da Salvino Sorrentino…». Da sempre c’era un legame fra Pagliarelli e Porta Nuova. Ed è per questo che Fragalà verrà ammazzato dagli uomini di Porta Nuova per fare un piacere a quelli di Pagliarelli. Come già accaduto altre volte. Come la punizione, fa l’esempio Bonomòlo, che fu progettata assieme dal mandamento di Pagliarelli e quelli di Porta Nuova quando nel 2003 ci fu un pestaggio a un mafioso di corso Calatafimi che si era appropriato del pizzo che spettava alla famiglia di Porta Nuova. Viene messa insieme una batteria di mafiosi delle due famiglie di Pagliarelli e Porta Nuova per punire il picciotto che ha sgarrato.
Insomma, fa capire il pentito, i pestaggi, anche con i bastoni, erano una pratica quotidiana. E i piaceri si scambiavano fra le faniglie. Ma a Francesco Arcuri, violento di natura, scappava spesso la mano, quasi con piacere. D’altra parte gli era stato presentato proprio come uno particolarmente violento.

Bonomòlo ricostruisce in aula anche come e quando apprese dell’omicidio Fragalà e di quelli che vi erano coinvolti: «undici mesi dopo essere stato arrestato in Venezuela dov’ero fuggito perché un mio cugino aveva iniziato a collaborare e perché lì avevo un appoggio con alcuni narcotrafficanti con i quali volevo avviare un’attività di traffico di cocaina – ricorda il pentito – venni portato a Rebibbia». Da lì venni poi portato al carcere di Pagliarelli a Palermo perché avevo il processo d’appello per la rapina di via Terrasanta. E lì, al Pagliarelli, ritrovo varie persone che conoscevo fra cui Auteri».

Siamo nel 2013 e lì, in carcere al Pagliarelli, Bonomolo apprende proprio da Auteri le notizie sull’omicidio di Enzo Fragalà. Sono reclusi entrambi lì e si incontrano nel cortile all’ora d’aria. L’omicidio dell’avvocato palermitano ha fatto molto rumore dentro Cosa Nostra. Fra i mafiosi c’è chi nutre forti perplessità sull’organizzazione molto superficiale del delitto. Bonomòlo chiede ad Auteri «Francesco com’è combinato…senza fare nome, né niente, perché non se ne fa… a mezze parole noi parlavamo. E Auteri mi disse: “Statti zitto, ca cumminù un casino, chiddi idd supra sunnu incazzati eu iddu, invece di … a via a essere una passata i colpi i ligna e l’ammazzù”» «Statti zitto che ha combinato un casino, quelli di sopra sono incazzati con lui, doveva essere una “passata” a colpi di bastone e l’hanno ammazzato».«Chiddi sopra», “quelli di sopra”, cioè i mafiosi del mandamento di Pagliarelli che avevano chiesto un favore ai clan di Porta Nuova, sono molto arrabbiati con Francesco Arcuri, il violento Francesco Arcuri – oggi uno degli imputati alla sbarra nel processo per l’omicidio di Enzo Fragalà – perché « doveva essere impartita solo una lezione all’avvocato e invece era stato ammazzato».

«Va beh, ma tu che c’entri, tu non è che c’entri niente?», dice Bonomolo ad Auteri. «No, però mi scanto, ora che c’è u morto», dice Auteri spiegando poi che, insieme ad Arcuri, “hanno curato”, hanno pedinato l’avvocato Fragalà: «prima di fare l’azione, se lo dovevano guardare dove andava, dove non andava, l’uscita…prima dell’operazione lo ha seguito». Ma Auteri spiegò anche a Bonomòlo che avevano i caschi mentre pedinavano Enzo Fragalà. E, per questo, lui era abbastanza tranquillo di non essere riconosciuto. In quel periodo in cui Bonomòlo e Arcuri  si incontrano in carcere, Francesco Arcuri era detenuto proprio per l’omicidio di Enzo Fragalà.

Anche Francesco Arcuri è detenuto lì al Pagliarelli. E anche lui incontra Bonomolo, ma nella saletta colloqui del carcere.
E’ il 2013 e Arcuri è recluso lì proprio per l’omicidio Fragalà. «L’ho incontrato pure al colloquio – rivela Bonomolo al pm – ci siamo intravisti e ci siamo parlati cinque minuti. Lui usciva e io entravo. La guardia ci ha sgridato, perché ci siamo messi da parte a parlare. Arcuri mi ha dato pure un’ambasciata per Giuseppe Auteri. Mi ha detto “salutami a Giuseppe e digli di stare tranquillo, chè non ci hanno niente in mano”». E io così dissi ad Auteri. Ma lui non commentò niente.

Bonomolo spiega anche le preoccupazioni del clan per quelli che venivano ritenuti soggetti particolarmente «deboli». E che avrebbero potuto parlare, una volta arrestati, dell’omicidio. Come Antonino Siragusa e Salvatore Ingrassia, due degli imputati oggi alla sbarra per l’omicidio Fragalà, che vengono ripresi due volte dalle telecamere prima e dopo l’agguato, proprio in via Nicolò Turrisi. Auteri era preoccupato per Siragusa, soprattutto. Mentre si sentiva sicuro per Arcuri e per un certo “Pieruccio“. Al che Bonomolo chiede: «Pieruccio chi. E Auteri di rimando: Pieruccio U Cocco, cognato di Angelo Casano. Per loro due sono tranquillo».

E’ a questo punto che viene sospeso l’interrogatorio di Bonomolo perché il pm, che vuole contestare al pentito alcune imprecisioni nella ricostruzione, si rende conto che, per errore, non è stato depositato nel procedimento il secondo verbale di interrogatorio del pentito del 26 giugno 2017.

In udienza, dopo Bonomòlo, viene ascoltata anche la 35enne pentita Monica Vitale che il 6 aprile del 2016 aveva raccontato ai magistrati della Dda di Palermo ciò che avrebbe saputo, de relato, dal suo compagno dell’epoca, il mafioso Gaspare Parisi, allora a capo della famiglia del Borgo Vecchio, sull’agguato mortale contro il penalista palermitano e parlamentare di An.
La Vitale viene avvicinata nel 2010 dai mafiosi che la rimproverano per alcuni furti che fa negli appartamenti palermitani. Per loro è impensabile che una donna vada a fare furti.

Alla Vitale, che nel clan mafioso si occuperà poi di estorsioni per conto di Tonino Abbate, uno degli imputati oggi alla sbarra per l’omicidio Fragalà, Gaspare Parisi viene presentato nei primi mesi del 2011 da Francesco Chiarello, il pentito sulle cui dichiarazioni – ma non solo – si basa il processo oggi in corso a Palermo nei confronti dei sei imputati mafiosi. E’ Paolo Cocco a presentare Chiarello alla Vitale.

La Vitale conosce bene gli imputati oggi alla sbarra e i loro complici delle famiglie mafiose di Palermo. Così come conosce bene Chiarello. E, infatti, li identifica uno per uno nel riconoscimento fotografico che i carabinieri del Roni, il Reparto Operativo – Nucleo Investigativo di Palermo, le hanno sottoposto durante l’interrogatorio.
Nel corso del riconoscimento la Vitale esita solo una volta, confondendo, per poi riprendersi subito dopo, due degli imputati, Ingrassia e Siragusa: «Lo conosco è Giuseppe Auteri, fa parte della famiglia mafiosa – elenca la donna – Lo conosco questo è Francesco Arcuri, è della mia zona (La Zisa, ndr), siamo cresciuti insieme. Ha iniziato con lo spaccio di droga, ma poi è entrato nella famiglia ed ha iniziato a fare le estorsioni…Lo conosco, è Antonino Abbate che è stato capo famiglia del Borgo Vecchio. Lo conosco è Siragusa, braccio destro di Abbate Antonino – dice indicando la foto di Salvatore Ingrassia e riprendendosi subito – Adesso che sento il nome vi dico che mi sono confusa, so che è Ingrassia. Questo è Siragusa. – puntualizza indicando un’altra foto – Lo conoscevo anche lui, faceva parte della famiglia mafiosa del Borgo Vecchio. Lui è Paolo, il genero di lngrassia – aggiunge la Vitale indicando la foto di Paolo Cocco – Si occupava di rapine e furti di Smart. In particolare, fu l’autore di una rapina al pub Byblos che commise unitamente al cugino Cristian su incarico di Antonino Abbate. Lo conosco, anche se non ricordo il nome – continua la pentita indicando la foto di Francesco Castronovo – so che lo chiamano “il Coccodrillo“. Era un soggetto vicino alla famiglia mafiosa per la quale faceva favori. So, per sentito dire che era bravo a picchiare». E, in aula, oggi precisa: «Castronovo faceva pestaggi e intimidazioni per la faniglia del Borgo Vecchio. E faceva paura. Abitava accanto a Francesco Chiarello». Tramite Chiarello, la Vitale conosce anche Paolo Cocco. Sei di loro sono oggi a processo per l’omicidio di Enzo Fragalà. Auteri no, non sono state raccolte prove sufficienti. Così come è riuscito a sfuggire alla Giustizia, il boss Gregorio Di Giovanni, il presunto mandante dell’agguato finito in omicidio. Gira in motorino, senza cellulare. E le intercettazioni lo hanno risparmiato.

«Tutto quello che so in merito all’omicidio dell’avvocato Fragalà mi è stato riferito da Parisi, spiega ai magistrati la Vitale ricordando l’esultanza dei mafiosi quando si rendono conto che le indagini dei carabinieri avrebbe inizialmente confuso uno dei veri killer di Fragalà, Francesco Arcuri, con un altro, Ivano Parrino.

La Vitale sostiene anche di aver saputo da Parisi che Enzo Fragalà era stato picchiato a morte poiché aveva fatto alcune avances a una donna. Una pista, quella passionale, che, per gli investigatori e i magistrati, è assolutamente inverosimile e falsa. Già nel 2011 la collaboratrice aveva sostenuto questa tesi sostenendo che il penalista ucciso da Cosa Nostra non si era comportato bene con la moglie di un cliente e il cugino dell’uomo avrebbe chiesto ai mafiosi di dare una lezione a Fragalà. Ma la pista era stata messa da parte dai pm.

La ricostruzione della Vitale, che in aula rivendica con orgoglio di aver guadagnato tanti soldi, «fino a 1.500 euro al giorno lavorando al Banco dei Pegni, perché ero brava e ci sapevo fare con il mio lavoro, e non facendo la prostituta perché io non mi prostituivo», tuttavia, vacilla e anche parecchio sulle date. Confonde il 2010 con il 2011 parlando del periodo in cui ha conosciuto il suo ex-compagno Gaspare Parisi. E sovrappone gli episodi scambiando l’omicidio Fragalà, avvenuto nel 2010, con quello del mafioso di Borgo Vecchio, Davide Romano, avvenuto, invece, nel 2011. «Sono passati tanti anni – si giustifica – allora ero confusa, facevo tanti interrogatori…».

Nel controesame di Monica Vitale, i difensori degli imputati hanno cercato di screditare la figura del collaboratore di giustizia Chiarello, sulle cui dichiarazioni basa il castello accusatorio della Procura, insinuando che il pentito non poteva avere i requisiti per far parte di Cosa Nostra poiché giravano voci che la madre si prostituisse, la sorella era separata e conviveva con un uomo sposato dello Zen e un nipote era gay e si travestiva di sera.