“Mamma li turchi”: migliaia di civili in fuga dall’invasione di Ankara

“Mamma li turchi” non è solo una battuta, ma è il ricordo ancestrale degli italiani costieri davanti alle invasioni feroci  e cruente dei turchi, il cui ricordo è ancora vivo soprattutto nel nostro Meridione. E’ lo stesso urlo delle popolazioni civili siriane costretti alla fuga dalla soldataglia turca e dei loro alleati, inviati dal tiranno Erdogan a sterminare le forze curde che combattono contro l’Isis. Migliaia di civili sono fuggiti dalla città di Afrin, nella Siria settentrionale, mentre continua l’avanzata dei militari turchi e dei ribelli siriani alleati nell’enclave curda. Secondo l’agenzia di stampa Dpa, “più di duemila civili” in fuga da Afrin “sono arrivati nelle zone di Nubul e Zhara solo nelle ultime 24 ore”. Entrambe le località sono sotto il controllo di forze regolari del governo di Damasco. Sono in totale circa 16mila i civili che negli ultimi giorni sono fuggiti da Afrin verso Nubul e Zhara, nel Rif settentrionale di Aleppo. La campagna militare dei soldati turchi e dei ribelli dell’Esercito libero siriano nella regione di Afrin va avanti dal 20 gennaio. Gli attivisti ritengono che il 60% dell’area sia ormai sotto il controllo dei ribelli siriani sostenuti dalla Turchia. “Le persone fuggite a Nubul e Zhara incontrano difficoltà nel trovare luoghi in cui stare, mentre le migliaia di persone che sono rimaste in città vivono senza acqua, corrente elettrica e comunicazioni”. Intanto gli Stati Uniti hanno presentato alle Nazioni Unite una nuova risoluzione per un cessate il fuoco immediato in Siria. Lo ha annunciato l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, denunciando l’atteggiamento di Mosca e Damasco che “non hanno mai avuto l’intenzione di applicare” la tregua approvata dal Palazzo di Vetro nelle settimane scorse. Questo nuovo testo è “semplice, vincolante e non permette di essere aggirata”, ha detto ancora Haley, secondo cui “è arrivato il momento di agire”. Strano che gli Usa non condannino un Paese membro della Nato che non condanna l’invasione armata di uno Stato sovrano.