Libertà e partecipazione politica: bisogna tornare ai corpi intermedi

Sono lungi e complicati i percorsi della libertà e della partecipazione politica. Non solo per colpa di una legge elettorale debole e pasticciata. La crisi della rappresentanza nel nostro Paese e – a ben guardare – un po’ in tutta l’Europa ha tratti profondi, che vanno ben oltre il mero dato politico. E’ certamente crisi istituzionale ed insieme culturale, sociale ed economica. Ma è soprattutto la crisi di un modello d’identità collettiva, a cui, volenti o nolenti, si è conformata la società occidentale, oggi costretta a fare i conti con la sua “solitudine”, con la perdita di luoghi in cui ritrovarsi, di vincoli ideali, di aspettative condivise, di quei “corpi intermedi” che per secoli sono stati luoghi essenziali di intermediazione e partecipazione politica e sociale. Ad alzare il velo delle incomprensioni e dei silenzi su questa crisi di fondo, denunciata, fino a ieri, da una cultura minoritaria, considerata , con disprezzo, “inattuale”, è arrivato ora, sulla prima pagina del Corriere della sera, Pierluigi Battista.

Partendo dagli ultimi risultati elettorali, sintomo di un ribellismo di massa dai risvolti complicati, Battista analizza le radici di fondo di una crisi che nasce dal processo di emancipazione “dalle appartenenze, dalle ideologie, dalle corporazioni”, in sostanza dalla fine degli strumenti di mediazione tra lo Stato e l’individuo. A forza di dire che la Religione era una sovrastruttura soffocante, i partiti erano inutili, i sindacati burocratici e retrivi, i luoghi fisici della partecipazione (dalle parrocchie alle sezioni di partito, dalle cellule di fabbrica ai consorzi territoriali) orpelli di un mondo da archiviare, si è venuta a creare – parole di Battista – una sorta di periferia generalizzata, una “folla solitaria” – per usare l’immagine del sociologo David Riesman, in grado di fare smottare un “sistema” che pareva solido ed inattaccabile.

Il risultato ? Risponde Battista: “ … non voti più, e se vai a votare voti quelli che sembrano l’unica comunità rimasta, e che almeno riesce a dare una lezione a quelli che contano ma non contano più nulla per te”. Pur nella sua essenzialità, l’articolo-provocazione, pubblicato dal “Corriere della sera”, squarcia una cappa di conformismo e di silenzio su cui – ci auguriamo – altri vorranno misurarsi, andando alle radici dei processi di “intermediazione”, magari per scoprire che dietro l’idea di annullare i corpi intermedi, c’è la visione borghese tesa a “liberare” l’uomo dai “vincoli” tradizionali (religiosi, sociali, territoriali, familiari), rendendolo formalisticamente uguale al suo simile (gli stessi diritti/gli stessi doveri), ma sostanzialmente più debole. C’è l’idea del laisser faire, laisser passer, con la precarietà di massa, su cui si sono innescati gli antagonismi di classe. All’impoverimento materiale dei primi anni (con l’abolizione giacobina delle corporazioni, delle società benefiche ed educative, delle organizzazioni di lavoratori, delle società artigiane) poi riequilibrato dalle lotte sociali dell’Ottocento e del Novecento e dalle radicalizzazioni ideologiche da esse provocate , corrisponde oggi uno “smarrimento” spirituale e sociale dai costi esistenziali e materiali altissimi. Anche con questi “costi” invita a fare i conti il risultato elettorale, tanto radicale quanto imprevisto, spingendo – al di là delle polemiche contingenti – a riannodare il confronto sull’essenza della modernità e sui meccanismi di un’ “intermediazione” tutta da riconsiderare e ricostruire. Ecco una buona battaglia da combattere a livello culturale e ben oltre le vecchie appartenenze (di destra e di sinistra), per provare a ricucire gli strappi di una società lacerata che chiede di “ricomporsi” e che ha perciò bisogno di ritrovare i luoghi spirituali e fisici della sua identità. Per non essere più “folla solitaria”.