Le Forche Caudine del sistema proporzionale, prendere o lasciare

Sarà anche vero – come dice qualcuno – che siamo approdati alla Terza Repubblica, resta il fatto che il sistema elettorale misto, con la quota proporzionale, parto della genialità renzista, impone un passo all’indietro rispetto alle rodate logiche bipolari, intorno a cui si era organizzata la Seconda Repubblica. Saltato il bipolarismo destra-sinistra, con cui, dal 1994, ci eravamo illusi di avere ritrovato una nuova dimensione politica, di stampo anglosassone, occorre ora fare tesoro – non ci si scandalizzi – della lunga esperienza proporzionalista, che fu della Prima Repubblica.

A partire dal primo dicastero De Gasperi, frutto del plebiscito anticomunista dell’aprile 1948, i governi furono tutti di coalizione ovvero – come si diceva allora – “monocolore”, a guida democratico cristiana, con l’appoggio esterno da parte dei partiti che non esprimevano però propri rappresentanti nel governo.

E’ la logica proporzionalista ad imporre questo tipo di scelte. E non va visto perciò come uno scandalo che i diversi soggetti politici, in competizione durante la campagna elettorale, arrivino poi a raggiungere un accordo sul programma e sulla formazione del governo. Siamo un Paese dalla memoria corta e vale la pena ricordarlo, in attesa che le più o meno prossime consultazioni, da parte del Presidente della Repubblica, chiariscano finalmente gli orientamenti dei vari partiti anche in tema di alleanze, quelle alleanze che, dal 1948 al 1994, sono state un normale strumento di governo, pur con le variabili del caso.

La fantasia – si sa – è un nostro pregio nazionale. Nei quarantacinque anni della Prima Repubblica, a camuffare un’ instabilità cronica (con cinquantadue governi) ci ha pensato la fervida creatività delle formule: governo balneare (a breve termine, giusto lo spazio di un’estate, a causa dell’incertezza della maggioranza che lo sostiene); governo della non sfiducia (sorretto dall’astensionismo dei partiti della maggioranza non Dc); governo di raffreddamento (con lo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione, in attesa che i partiti si accordino per dar vita a un Governo più stabile); governo di solidarietà nazionale (sulla falsariga dell’ esperienza della Grosse Koalition e con la partecipazione di quasi tutti i partiti); governo istituzionale (composto dagli esponenti dei partiti più rappresentativi, sotto la presidenza di un uomo politico di livello istituzionale); governo di programma (con base parlamentare compatta, ma impegnato a realizzare il proprio programma grazie all’appoggio anche dei partiti dell’opposizione); governo tecnico (caratterizzato dalla presenza di ministri scelti fra tecnici non legati a un partito politico); governo traghetto (impegnato a “traghettare” il Paese verso un nuovo corso politico , per poi cedere il posto a un Governo con compiti più ampi).

A partire dagli Anni Ottanta a questa ampia casistica hanno corrisposto – di volta in volta – governi presieduti da esponenti non necessariamente espressione del partito di maggioranza, segno evidente di come fosse la mediazione a farla da padrona, ben al di là dei risultati elettorali e della consistenza dei relativi gruppi parlamentari.

Nessuno scandalo se questo portava alla nascita di un governo e alla realizzazione di programmi anch’essi risultato di un complesso lavoro di “rammendo”, tanto più complesso in un’epoca in cui erano le appartenenze ideologiche a segnare le campagne elettorali, la collocazione dei partiti, le distinzioni identitarie.

Nessuno scandalo, oggi, se i “mezzi vincitori” delle elezioni di marzo, protagonisti/vittime del nuovo sistema tripolare “all’italiana”, si fanno carico della domanda di governabilità. Il Pd, del resto, unico sconfitto dell’ultima tornata elettorale, si è già tirato fuori dalla contesa. La responsabilità è tutta nelle mani del Centrodestra e del Movimento Cinque Stelle. Sta a loro definire una chiara “roadmap” su cui avviare il confronto (alla luce del sole) e costruire una nuova stagione di governo, evitando – ci auguriamo – forme di precarietà/ambiguità tipiche dei governi della Prima Repubblica.

Come diceva Giulio Andreotti, uno dei protagonisti, nel bene e nel male, della Prima Repubblica – “Non basta avere ragione: bisogna anche avere qualcuno che te la dia”. Altrimenti, oggi come ieri, non c’è partita politica.