La prima torcia umana anticomunista fu un polacco, ma lo tennero nascosto (video)

 

Oggi il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo con la triste storia di Ryszard Siwiec, un 59enne polacco che per primo si immolò incendiandosi davanti a centomila persone a Varsavia, per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, avvenuta pochi giorni prima, il 21 agosto 1968. Nell’immaginario di tutto il mondo, fu Ian Palach, lo studente cecoslovacco anticomunista, che per primo si immolò per protestare contro il comunismo, e così è passato alla storia, anche se il suo luogo di sepoltura fu nascosto per anni dal regime sovietico. Nel caso di Siwiec, la censura fu ancora peggiore: non solo non si seppe nulla di lui e del suo gesto per decenni, ma fu totalmente colpito da quella damnatio memoriae che ha sempre colpito i martiri del comunismo, così come capitato per le foibe e per le migliaia di assassinati dai partigiani rossi italiani. Era – ed è – la logica della Cortina di Ferro: tutto ciò che di male faceva il regime doveva essere nascosto, e quando proprio non ci si riusciva, passava il messaggio che qualche vittima era il prezzo che si poteva pagare per il paradiso comunista. Ora che il comunismo è caduto in molti Paesi, ma non dappertutto, si stanno svelando le verità di quei decenni: non solo Ian Palach, che ora ha anche una della statua a piazza San Venceslao a Praga, ma progressivamente di stanno con oscendo gli orrori di quel regime: dai gulag, i campi di sterminio comunisti, ai campi di rieducazione (per usare un eufemismo) cambogiani, dall’holodomor ucraino (la morte per fame voluta da Stalin per milioni di ucraini) alle deportazioni in Siberia, che non sono una barzelletta ma furono una tragica realtà. In casa nostra, con fatica veramente suprema, i crimini dei comunisti stanno lentamente venendo alla luce, seppur con molti negazionisti a contrastare la verità, come accade ancora per le foibe, per i civili assassinati dai partigiani, per le ausiliarie della Rsi violentate e uccise dal “liberatori”. Il cammino è ancora lungo ma alla fine la verità sarà ristabilita, ora che non sono solo poche persone a gridare nel deserto della negazione e del pensiero unico.

Tornando a Ryszard Siwiec, in realtà in Polonia la sua storia è abbastanza conosciuta, solo che è da pochi anni che in quei Paesi si può esprimere liberamente la propria opinione, così la sua storia non è mai trapelata in Occidente, anche per la resistenza dei partiti comunisti occidentali, che certe verità le hanno sempre negate. Siwiec, classe 1909, era un contabile, sposato con cinque figli, che all’età di 59 anni si dette fuocope rprotestare contro l’invasione comunista della Cecoslovacchia che chiedeva la libertà. E per farlo scelse un pacoscenico spettacolare, la Festa del Raccolto, nella stadio del Decennio a Varsavia, davanti ad alti esponenti politici e a centomila persone. Siwiec era tutt’altro che un fanatico: dopo aver fatto il militare, si era laureato in Filosofia a Leopoli, rifiutando però di lavorare nell’insegnamento perché giudicava immorale indottrinare la gioventù con i diktat comunisti e preferendo lavorare come contabile. A quanto pare partecipava all’attività clandestina anticomunista polacca, anche se in modo limitato, in quanto la repressione, anche in Polonia, era particolarmente feroce. Quando ci fu l’invasione ìsanguinosta della Cecoslavacchia, reputò che occorreva dare una scossa al suo popolo, e per farlo scelse l’autoimmolazione. Probabilmente su ispirato dall’analogo gesto del monaco buddista Thich Quang Duc, che lo fece nel 1963 per protestare contro la persecuzione comunista dei buddhisti vietnamiti. Ma non servì, per i motivi che abbiamo citato e per la cortina di silenzio che il regime riuscì a far calare su questa tragedia. Siwiec, a quanto si sa, prima di incendiarsi fece testamento e lasciò un messaggio che finiva con queste parole: “Ascolta il mio grido, il grido di un uomo grigio e ordinario, il figlio di una nazione che ha amato la propria e altrui libertà sopra ogni altra cosa della propria vita, rinsavisci, non è ancora troppo tardi!”. La lettera che Siwiec scrisse alla moglie da Varsavia fu intercettata dai servi isegreti comunisti, e pertanto la moglie la ricevette solo dopo 22 anni, ossia nel 1990, quando la dittatura comunista stava crollando. Prima di darsi fuoco con un solvente, Siwiec allo stadio lanciò volantini di protesta. Inutili i tentativi dei presenti di spegnere l’incendio. Morì dopo quattro giorni di agonia, completamente ignorato da tutti  media mondiali, così protni, oggi, a gettare fango su Putin e Trump. I servizi comunisti polacchi ovviamente misero in giro la voce che Siwiec era mentalmente disturbato, alcolizzato, e comunque uno squilibrato. È sepolto a Przemyśl nel cimitero di Zasański. Probabilmente Ian Palach, che si dette fuoco nel gennaio dell’anno successivo, non era a conoscenza del gesto di Siwiec, di cui si venne a sapere solo dopo la morte dello stesso Ian Palach. Come si accennava, già dagli anni Novanta la storia di Siwiec divenne famosa Oltrecortina: allo stadio di Varsavia c’è una lapide che lo ricorda, inaugurata nel 2012, e nel 1991 su di lui fu realizzato un docufilm premiato al festival di Berlino. Ma già subito dopo la caduta della brutale dittatura comunista, nel 1991, a Siwiec furono inaugurati in Polonia ponti e strade, e nella stessa Praga c’è una strada, SIwiecova, che gli fu intitolata nel 2009. Solo nell’Europa occidentale il suo nome e la sua imopresa sono rimnasti sconosciuti praticamente sino a oggi, grazie alla congiura del silenzio voluta dalle sinistre occidentali, quella italiana compresa.