Il sogno del “mullah” Rollando: sciare in Afghanistan per salvare donne e vite

Se i marinai considerano l’oceano il tiranno buono della propria esistenza, anche chi va per monti non può che affidarsi al poco democratico destino. Se poi fai entrambe le cose, nella vita, non puoi che rileggere la tua storia attraverso certi segnali. «Tutto è iniziato a Chamonix, nel settembre 2010. Quell’anno ero già salito dieci volte in cima al Bianco…», raccontò un giorno quest’uomo con la barba che si sarebbe arreso, quattro anni dopo, proprio dove tutto era iniziato. «A fine stagione mi contatta Ian MacWilliam, media officer dell’Aga Khan Foundation. Abbiamo bisogno di rinforzi in Afghanistan, per 3 mesi: te la sentiresti di seguire un nostro progetto? L ’idea è semplice e visionaria. Sviluppare il turismo invernale nella valle dei Budda, a Bamiyan – 2500 metri di quota – la meta per eccellenza del turismo culturale giovanile degli anni Settanta. Ho accettato e ne ho dato notizia ai miei amici, con un solenne messaggio via email: “Preparatevi allora: fino al 9 aprile lavorerò a questo progetto di avviamento dello sci in Afghanistan per la Aga Khan Foundation. Mi trattano bene, mi considerano bene, mi hanno offerto un’occasione per fare bene. Vi racconterò poco per volta che cosa succede. Ho messo pochi indirizzi nella lista, ma se la cosa vi annoia, ditemelo che vi tolgo subito…”».

Nessuno si scansò, dopo aver letto la firma: quell’uomo era Ferdinando Rollando, detto Nando, nato a Sestri Levante, figlio di due mari, orgoglioso proprietario di due facce, marinaio sugli yacht, custode di rifugi alpini, fotografo, architetto e urbanista, imprenditore, guida alpina, reporter, “mullah dello sci” in Afghanistan, oggi scrittore postumo dall’alto di cime inaccessibili a noi poveri esseri ancora viventi. Dopo molte imprese, nel luogo dove tutto era iniziato e tutto sarebbe finito – anche la sua esistenza, a 52 anni, in un crepaccio del Monte Bianco – per Nando era arrivato il sogno, il progetto della vita, con l’associazione Alpistan: portare lo sci sui monti afghani, nella regione del Bamiyan, nota per lo scempio talebano contro le statue del Buddha. Lì si poteva fare turismo, sport e sicurezza, arginare le tragedie di vite umane distrutte dalle valanghe (300 morti l’anno) con un’opera di informazione e prevenzione del tutto sconosciuta fino ad allora. Si potevano allargare gambe con gli sci e le menti di persone con l’esempio, spazzando via neve e pregiudizi, coinvolgendo donne, emancipandole dai poco conviviali e ironici maschietti talebani. Quel sogno, realizzato benché incompiuto, è oggi raccontato nel libro “Il cielo di Kabul. La storia del Mullah dello sci” (edizione Il Melangolo), una raccolta di scritti di Rollando curata dal suo amico Tonino Bettanini, volume presentato la settimana scorsa, a Roma, nella sede della Sioi (Società italiana per l’organizzazione internazionale), alla presenza dell’ex ministro degli Esteri Franco Frattini e del figlio di Rollando, Ernesto, anch’egli oggi impegnato in Afghanistan sul fronte dei lavori pubblici.

Bettanini, nella sua introduzione, ripercorre lo storico impegno italiano in Afghanistan, fin dai tempi del fascismo, cita figure imprenditoriali e diplomatiche illustri, riassume le tappe di un impegno italiano che prosegue ancora oggi e che ci è costato decine di vite umane sul fronte del mantenimento della pace. L’associazione Alpistan, negli anni, ha fatto tanto, realizzando in Afghanistan le prime opere para-valanga e introducendo l’uso degli apparecchi per la ricerca delle vittime oltre che portare conoscenze, tecniche e sportive, in quel paese lontano nel quale il medioevo lotta con la modernità anche nelle piccole cose. Come sciare. «Intanto scattiamo le prime belle foto di sci vero: è il mio lavoro di ieri. Il primo ragazzo afghano (21 anni, papà ucciso dai talebani 10 anni fa) che è sceso (sciare è un’altra cosa) su qualche centinaio di metri di neve bellissima. Domani di nuovo!», racconta Ferdinando nel suo diario. Ragazzi, ma anche donne “emancipate” «che hanno sciato con me, infrangendo un tabù e finalmente da una di loro ho avuto la risposta che attendevo: se avesse un figlio e una figlia, darebbe ad entrambi la stessa opportunità di sciare e di studiare…».

Rollando, negli anni, ha lottato con la mentalità della gente, con i mafiosetti locali, con i talebani che non schiodano, con la burocrazia quasi peggiore di quella italiana, ha coinvolto enti locali, istituzioni, ha chiesto fondi, sostegno politico, intellettuale, ha portato a bordo personalità come Frattini, “assieme a me l’alfa di questa impresa, non poteva che essere un uomo che sa come gira il fumo, ma che ha sincere e profonde motivazioni a favore delle popolazioni di montagna, a far partire la fase matura…”.

La post-fazione del libro, curata anch’essa da Bettanini, eminenza bianca della diplomazia internazionale, svela anche il riferimento del titolo al cielo di Kabul: «La scoperta delle nostre “radici afgane” – che già mi aveva appassionato e in qualche modo preparato a immaginare il versante culturale della ministeriale G7 di Trieste – trovava ora in Nando un interprete “fuori dal coro” capace di portare dentro la crosta dura del conformismo della cooperazione una ventata di provocazione e di liberazione. Immaginate cosa voglia dire – per un mondo che l’inverno sequestra per mesi quando non espone al rischio mortale delle valanghe – trovare nello sci un “ saper fare” capace di rompere il ghiaccio di queste catene. Trovare uno straordinario Mullah che renderà ora liberi i nostri giovani ed i nostri prossimi inverni. Non c’è condivisione ed educazione più felice di quella che prepara il riscatto dei nostri simili soprattutto quando questo ci aiuta nel flusso delle nostre routine quotidiane. Non c’è solidarietà migliore di quella che aiuta la pianta dell’uguaglianza ad essere una piattaforma di libertà. Ma tutto questo aveva bisogno di un cielo in cui specchiarsi. E quello che strega Nando, a Kabul, è per lui “molto blu…».