Diliberto: io sempre comunista, ma abbiamo il dovere di scomparire

Oliviero Diliberto, ex militante Pci, ex militante di Rifondazione, tra i fondatori nel 1998 del Pdci, partito dei comunisti italiani, ex ministro della Giustizia del governo D’Alema, oggi insegna diritto romano in una università cinese dove è approdato dopo avere provato alle elezioni del 2013 ad entrare – senza successo – in Parlamento. Non usa giri di parole nel descrivere il fallimento dei compagni della sua generazione, rispondendo così, in un’intervista al Corriere, su cosa sia opportuno fare dopo il voto del 4 marzo: “La mia generazione ha fallito. Il suo unico dovere morale è scomparire”. Sul futuro del Pd è altrettanto caustico: “Sono riusciti a perdere anche le regioni rosse. Non c’è più niente”. Ma a differenza di altri ex comunisti disillusi e sempre in cerca di riflettori Diliberto non si genuflette dinanzi all’onda grillina: “Nel 2007 – dice – assistetti per caso dalla finestra di un hotel di Bologna al primo V-Day con Beppe Grillo. Un fanatismo e uno schiumare di rabbia terribili. L’idea che chiunque ha fatto politica sia un delinquente, a prescindere, contraddice tutti i valori della democrazia rappresentativa dai tempi di Pericle a oggi”. L’intervistatore, Stefano Lorenzetto, gli chiede lumi sulla scrivania di Togliatti che avrebbe fatto sparire dal ministero di via Arenula:  “È vero – è la domanda rivolta a Diliberto – che al momento di lasciare il dicastero della Giustizia fece sparire la scrivania che fu di Palmiro Togliatti, affinché non la ereditasse il leghista Roberto Castelli?”. “In parte – risponde-  l’avevo tirata fuori dagli scantinati. Marcello Pera, ministro in pectore, dichiarò che al suo arrivo l’avrebbe fatta bruciare. Allora chiesi a un funzionario di assegnarla a un ignaro magistrato britannico di collegamento che lavorava in via Arenula. Quando fu nominata ministro, Paola Severino mi telefonò per sapere dove fosse finita e io fui ben lieto di fargliela ritrovare”.

Infine, Diliberto racconta come ha abbracciato il comunismo, ideale che non rinnega e alla quale resta talmente fedele da essersi opposto all’istituzione della giornata per il ricordo dei martiri delle foibe: “Era il 1969. Entravo in quarta ginnasio a Cagliari. C’era l’autunno caldo. Alcuni militanti distribuivano volantini per strada. Non li avevo mai visti. I volantini, dico. Rimasi folgorato dall’idea che si potesse cambiare il mondo”. E oggi che si sente ancora comunista afferma di vivere “con sobrietà, da non confondere con il pauperismo”.