«Di Maio unico premier». Ma il mantra dei grillini è dettato solo dalla paura

«Di Maio premier e nessun altro». Senza se e senza ma, secondo l’abusata formula opposta da Sergio Cofferati alla modifica dell’articolo 18 ai tempi di uno dei governi a guida Berlusconi. «Di Maio premier e nessun altro». A prescindere, avrebbe chiosato Totò. Già, perché c’avranno pure la piattaforma Rousseau e l’intelligenza artificiale i grillini, saranno pure razzi-missile con circuiti di mille valvole come Ufo Robot, ma non bisogna per forza discendere da Archimede per capire che se hai il 32 per cento di voti e te ne serve almeno il 51 per governare, occorre che qualcuno ti dia il mancante. E non è necessario neppure evocare lo spirito di Richielieu per sapere che in politica nessuno dà niente per niente. E quindi “no seggi, no parti”. Tradotto: senza numeri, in Parlamento, non cominci neppure. In fondo, una maggioranza parlamentare è un po’ come il coraggio di Don Abbondio: chi non ce l’ha, non è che se lo può dare. Evidentemente, i modernissimi e informatizzati grillini difettano nelle materie umanistiche e il best-seller di Manzoni forse manco l’hanno letto. Pazienza. Qualcuno, però, provveda alla svelta. Sì, perché ti cascano letteralmente le braccia nel sentire il già direttore di Sky Tg 24 e neodeputato Emilio Carelli spiegare – anche lui, persino lui – la scelta di «Di Maio unico premier» con il «rispetto della parola data agli elettori». Quali elettori, di grazia? Quelli del M5S? Ma sono il 32 per cento del totale. Il “restante” 68 è contrario, e questo qualcosa pure vorrà dire. O no? Forse, però, poiché è buona regola non sottovalutare mai l’interlocutore, è lecito sospettare che al fondo del mantra «Di Maio unico premier» ci sia altro. Probabilmente la paura del capo pentastellato di finire rosolato a fuoco lento mentre dallo scranno più alto di Montecitorio, dov’egli stesso l’ha piazzato, il dioscuro Fico si gode in esclusiva il trionfo segando vitalizi e indennità. Ma sì, a ben guardare, il dramma di Giggino è tutto qui: fare la figura del questuante di poltrone mentre il suo beneficato smutanda la Casta. È la solita storia: chi troppo vuole, nulla stringe. Non è scritta nella piattaforma Rousseau, ma è vera lo stesso.