Di Maio stecca alla prima uscita: vuole fare il premier con i voti di chi insulta

«Andiamo al governo, devono per forza passare da noi». Luigi Di Maio ripete ossessivamente il mantra che lo contraddistinto in campagna elettorale anche davanti ai 330 neoeletti di Camera e Senato blindati in un hotel dei Parioli per eleggere i nuovi rispettivi capigruppo (Giulia Grillo e Danilo Toninelli). Del resto, ha poche alternative. Il M5S è il primo partito ma, almeno sotto il profilo della contabilità parlamentare, ha meno chanches del centrodestra di formare il governo.

Di Maio incontra i nuovi eletti del M5S

Ma Di Maio deve vedersela anche con l’ala movimentista dei Cinquestelle, guidato dallo stesso Grillo attraverso Alessandro Di Battista. Il “gemello” di Di Maio è rimasto per sua scelta fuori dal Parlamento, ma è certo che non se ne resterà in disparte qualora il M5S aprisse alleanze. L’unico schema sul quale tra le due anime si è trovato un equilibrio è quello che prevede l’incarico di Mattarella a Di Maio e questi che si presenta alle Camere per chiederne la fiducia munito del programma presentato agli elettori e attorniato dalla già resa nota squadra di ministri. Una provocazione più che una procedura. Che tuttavia, nelle intenzioni di Di Maio e al M5s, sarebbe di per sé sufficiente a scaricare sugli altri la responsabilità del mancato decollo della legislatura. Non a caso, nel corso dell’incontro, Di Maio ha ribadito di voler parlare «a tutte le forze politiche, nessuna esclusa» e ha esortato i suoi a «fidarsi» di lui dando appuntamento al 10 aprile giorno in cui arriverà alla Camera il Documento di programmazione economico-finanziario (Def): «Lì – ha assicurato – già inseriremo le nostre prime proposte».

Eletti i nuovi capigruppo parlamentari

Un concetto del tutto diverso da quello espresso al Corriere della Sera dove ha parlato del Def come «l’occasione per trovare le convergenze sui temi con le altre forze politiche». Tutte, «non solo il Pd» come pure «scrivono i giornali». Non dovesse accadere, si ritornerebbe al voto. In quel caso, ha avvertito Di Maio, i partiti pagarebber «cara la loro irresponsabilità». «Noi – ha concluso – non avremmo nulla da perdere».