Cresce il Made in Italy, ma le imprese non sono supportate dalle istituzioni

Prosegue la crescita dell’export agroalimentare italiano che nel 2017 mette a segno un ulteriore +7% rispetto al 2016 grazie soprattutto alle ottime performance di alcuni dei prodotti rappresentativi del ”made in Italy”: formaggi (+11%), vino (+6%), cioccolata (+20%), prodotti da forno (+12%). L’Italia fa meglio degli altri ”big exporter” come Usa (-0,2%), Cina (+2,1%), Germania (+3,3%) o Canada (+3,4%) ma la distanza in valore assoluto resta ancora alta. Le potenzialità per l’agroalimentare italiano sono ampie ma sugli scambi internazionali pesano numerose incognite. È quanto emerge dalla relazione di Nomisma presentata al convegno “L’agroalimentare italiano alla prova dell’internazionalizzazione” a Bologna. Da strategia di sopravvivenza a opportunità di crescita: si potrebbe così sintetizzare il processo di internazionalizzazione che negli ultimi 10 anni ha contraddistinto l’attività imprenditoriale del settore agroalimentare italiano. Sebbene l’Italia abbia da sempre giocato un ruolo di primo piano nel commercio internazionale di prodotti agroalimentari, il calo dei consumi domestici conseguente agli effetti della crisi economica ha spinto le imprese alimentari italiane a rivolgersi sempre di più al consumatore straniero. Basti pensare che tra il 2007 e il 2017 il valore delle esportazioni agroalimentari italiane è passato da 22 ad oltre 40 miliardi di euro, record storico, sebbene ancora lontano dall’ambizioso traguardo che il Paese si è dato dei 50 miliardi al 2020. In particolare, a trainare questa crescita sono settori tipici del ”Made in Italy” come lattiero-caseario, carne e derivati, vino, che, a partire dal 2007, hanno fatto segnare incrementi medi annui dell’export superiori al 6%. Tuttavia l’Italia rimane sempre in quinta posizione in Europa alle spalle di Olanda, Germania, Francia e Spagna a dimostrazione di come la brand reputation da sola non sia sufficiente per affrontare i mercati internazionali e garantire una leadership. Conoscenza, competenza e organizzazione sono elementi indispensabili in questo processo di internazionalizzazione spesso appannaggio delle imprese più strutturate. Basti pensare che in Italia solamente l’1,7% delle imprese alimentari ha più di 50 addetti – contro il 10,5% della Germania o il 4,1% della Spagna – ed è in grado di esportare circa il 30% della propria produzione. La presenza ridotta dei prodotti italiani nei mercati più distanti è un ulteriore evidenza di questi limiti: basti pensare che i due terzi dell’export agroalimentare italiano sono destinati a mercati di prossimità, cioè Paesi dell’Unione europea, mentre la restante quota si distribuisce tra America (13,5%), Asia (9%), altri Paesi Europei (7,6%), Africa (2,4%), sebbene (e da qui si comprendono le ulteriori potenzialità inespresse del food&beverage italiano) nell’ultimo decennio il nostro export agroalimentare sia cresciuto del 229% verso il Medio Oriente, del 197% in Asia centrale, del 163% in Asia Orientale e del 123% nei Paesi del centro-sud America. “Affinché l’export dei prodotti agroalimentari italiani aumenti, è indispensabile che si allarghi la base delle imprese esportatrici, in larga parte riconducibili ad aziende medio-grandi e rappresentanti una quota ancora ridotta del totale, meno del 20% del settore”, dichiara Denis Pantini, responsabile dell’Area Agroalimentare di Nomisma. Tra le criticità che rendono la vita difficile alle Pmi italiane in questa corsa all’export, figurano dazi e barriere non tariffarie che rappresentano spesso ostacoli insormontabili.