Camere, il Pd si affida ai nomi di bandiera di Giachetti e della Fedeli

«Io sto alla larga dalle questioni della scelta dei presidenti delle Camere, stanno decidendo i caminetti». Gioca a fare il turista Matteo Renzi appena mette piede in un Senato surriscaldato dagli accenni di guerra in seno al centrodestra, poi rientrati grazie all’accordo raggiunto sul nome di Elisabetta Casellati, esponente di Forza Italia su cui si riverseranno anche i voti del M5S. Mentre tutto questo si svolgeva il Pd è rimasto alla finestra. L’unico, flebile, colpo è stato battuto qualche ora fa da una riunione del parlamentari da cui sono emersi i nomi di Roberto Giachetti per la Camera e dell’ex-ministra Valeria Fedeli per il Senato: «Sono candidati veri», si è affrettato a precisare il reggente Maurizio Martina, quasi a voler mettere le mani avanti. In realtà, sa benissimo che potrà tutt’al più spenderli per le rispettive vicepresidenze.

Il reggente del Pd Martina si dà coraggio: «Nomi veri»

Ma torniamo a Renzi. Il suo ostentato distacco sa quasi di rito di purificazione dopo l’incetta di potere degli arrembanti anni del Giglio magico. È come se il Pd dovesse espiare per scrollarsi di dosso l’immagine di partito di potere, legato a doppio filo alla finanza, all’euroburocrazia di Bruxelles, cioè a quei poteri forti che, almeno in teoria, dovrebbero essere lontani anni-luce dalle corde della sinistra. Da qui la decisione di guardare da lontano l’arena politica.

Renzi attende la partita del governo

Va da sé che a questa posizione resta sotteso un fisiologico tasso di strumentalità consigliato anche dalle  difficoltà interne. Renzi scommette sul “tanto peggio, tanto meglio” sia in riferimento alle prove di accordo tra M5S e centrodestra sia guardando all’interno del Pd. L’obiettivo è dimostrare l’indispensabilità della propria leadership, senza la quale – pensa – il Pd si dilanierà tra chi cercherà di correre in soccorso di Di Maio e chi rinculerà verso nostalgie di sinistra radicale. Al momento, la linea resta quella della direzione nazionale tenutasi subito dopo il voto del 4 marzo: nessuna trattativa e opposizione a chi verrà. È la linea di Renzi, per il quale la vera partita è quella che si giocherà sul governo. Solo allora si capirà se si aprirà uno spiraglio di protagonismo per lui e per il Pd.