Università, se lavori e studi è un inferno. La laurea traguardo solo per ricchi?

Lontano dal mondo ovattato e protetto delle scuole superiori, l’università è il luogo in cui ci si confronta senza filtri con le proprie forze e possibilità. Dove le rosee prospettive adolescenziali si scontrano con la cruda realtà della vita da giovani adulti. Si è soli in un mare di gente che, esattamente come te, tenta di restare a galla. Un mare in cui affondare è facile come respirare. Soprattutto per gli studenti lavoratori che esistono realmente e non sono una leggenda. Nell’immaginario collettivo lo studente universitario è un nullafacente, che perde il suo tempo tra feste, aperitivi e serate in discoteca fino al mattino, ponendo tra se stesso e il mondo del lavoro, un arco di tempo indeterminato. Rimanendo in casa, mantenuto dai genitori, almeno fino ai trent’anni, se non di più.

C’è invece una fascia di universitari che resta nell’ombra, su cui i riflettori non vengono mai, o quasi, puntati. Giovani che lavorano senza smettere di studiare. Giovani che faticano più degli altri compagni, cui dovrebbe essere dato un merito maggiore e il cui riconoscimento è mera utopia. Il nome di università importanti, anche se pubbliche, si perde nel mancato completamento delle pratiche più semplici. Come garantire aiuti ed esami supplementari, a chi non riesce ad assistere a tutte le lezioni dei vari corsi. Il più delle volte la possibilità di frammentare l’esame di una sola materia, è preclusa ai soli frequentanti, tagliando fuori quella parte di studenti che forse ne avrebbe più bisogno, se non propriamente il diritto. Studenti che in tal mondo vedono i propri libri aumentare, come gli anni in cui si dovrebbe conseguire la Laurea. Ed è così che lo studente lavoratore finisce inevitabilmente fuori corso, perché non è riuscito a sostenere tutti gli esami del proprio percorso formativo nei tempi stabiliti. Le tasse universitarie decollano, soprattutto per chi lavora per mantenersi negli studi. Dall’altro lato della barricata c’è sempre chi frequenta senza dare alcuni esami, cullato dal rassicurante pensiero di una famiglia che paga senza porre domande.

Lo studente lavoratore per potersi presentare agli appelli è costretto a chiedere un giorno di ferie, che il più delle volte non è retribuito. Se si è fortunati, è possibile cavarsela in poco tempo. Il professore chiama il tuo nome, sei promosso con poche e semplici domande, per poi far ritorno a ciò che ti aspetta fuori dalle mura di quella classe. Se non fosse che nella realtà questo accade molto raramente. Il 90% delle volte il docente si presenta in ritardo, riducendo così le possibilità che tutti gli studenti siano chiamati all’interrogazione in giornata. Ciò significa chiedere un altro permesso, che non a tutti è concesso. Il tutto non fa altro che alimentare l’ansia che precede ogni esame. Il libro di testo diventa il prolungamento naturale di se stessi, pronto a essere consultato all’emergere della più piccola insicurezza. Dopo due giorni di ripasso frenetico, la lucidità mentale con cui si aspirava di sostenere l’esame inizia a vacillare, e la cattedra del professore somiglia sempre più al banco degli imputati. La stanchezza fa commettere degli errori, e una bocciatura pesa molto su uno studente lavoratore.

L’università italiana è anche questo. E’ fin troppo facile girare la testa dall’altra parte, chiudendo gli occhi di fronte a tali problemi, fingendo che non esistano. Tanti, troppi studenti sono lasciati soli in questo viaggio accademico, soprattutto da chi dovrebbe tutelarli. In molti durante il percorso scelgono di abbandonare, e tra coloro c’è sempre chi decide di farlo perché non è in grado di sostenere tutto l’impegno richiesto. Perché l’università può piombarti addosso con tutto il suo peso. Al tempo stesso c’è sempre chi vince le proprie battaglie, chi tra mille difficoltà arriva a indossare quella corona d’alloro tanto sognata. La soddisfazione è triplicata per tutti quegli studenti lavoratori che hanno camminato soli a testa alta, durante anni che a loro tempo sembravano essere infiniti, chiudendo così un cerchio iniziato tra i banchi di scuola elementare.