Perché si parla troppo di Asia Argento e così poco della povera Pamela

C’è questo corpo straziato, vilipeso, sezionato con una mannaia. Ripulito una volta a pezzi con la candeggina. Questo corpo martirizzato su cui fioccano particolari orrorifici, come nei romanzi migliori (si fa per dire) di Stephen King. Sparito il cuore, asportato il pube. Pamela, solo pochi giorni fa, era un bella ragazza bionda, esile e incasinata. “Mia figlia era solare”, dice la mamma che, come ogni mamma nella sua condizione, invoca vendetta. Ma questo corpo oltraggiato di Pamela, ragazza romana alle prese con la droga, non riesce ad assurgere a simbolo delle donne violate, non riesce a fare da leva a un sussulto di ribellione. Sembra quasi che dia fastidio, Pamela, in questi giorni di campagna elettorale, perché ad infierire su di lei in modo atroce e barbaro è stato un nero, un nigeriano che non poteva stare in Italia e invece ci stava e spacciava pure. Un assassino (se sarà provato che assassino è, come gli indizi schiaccianti a sua carico sembrano indicare) di cui chiedere conto a uno Stato che ha fallito nella gestione dell’immigrazione. Di un altro nigeriano invece si parlò tantissimo nell’estate del 2016: si chiamava Emmanuel Chidy Mamdi e fu ucciso da Amedeo Mancini  a Fermo durante una rissa, rissa scateneta dagli insulti razzisti di Mancini alla moglie di Manuel. Quella vittima fu subito simbolo.

In questo paese si è capaci di allungare il brodo per mesi sulle molestie subìte da Asia Argento, ormai volto e icona del neofemminismo arrabbiato e politically correct, e di dimenticare in poche ore Pamela e ciò che ha subìto, relegando il caso in fondo alla scaletta delle news. Il suo non è femminicidio per cui fare cortei, a quanto pare, perché non l’ha ammazzata il compagno o il marito o il fidanzato ma un nigeriano.

Ci sono corpi di donne massacrate e violate che sono funzionali a una narrazione – tipo: “le violenze avvengono sempre in famiglia perché la famiglia è la parte lercia della società” – e che diventano simboli. E corpi come quello della povera Pamela, sui quali cala un silenzio imbarazzato. Perché il suo omicidio non è funzionale appunto alla narrazione dell’ “immigrato buono”. E allora non è che non dispiaccia, non è che non si provi infinita pena per lei ma l’ideologia deve nutrirsi di altro. Non della realtà ma di ciò che della realtà vogliamo vedere e interpretare. Meglio Asia di Pamela, non c’è dubbio, per il verbo femminista, che del resto aveva frettolosamente dimenticato anche gli stupri di Capodanno a Colonia. Pamela “anima fragile”, così troppo “vittima”, così diversa dall’incazzata Asia che scruta accigliata tutto il genere maschile. Pamela che aveva solo 18 anni e che fa venire in mente i versi di una famosa canzone di Lucio Dalla, “stella di periferia che vorrebbe andar via…”. Anche questa stella (non del cinema) merita una voce collettiva di condanna, di pietà e di rabbia. Un voce che finora non si è levata.