Pamela, lo scempio del corpo aiuta Oseghale: «Non ci sono prove dell’omicidio»

«Pamela ha avuto una crisi, è andata in overdose. Non sapevo cosa fare, sono scappato». È quanto avrebbe sostenuto, secondo quanto trapelato da fonti della Procura di Macerata, Innocent Oseghale, il nigeriano finito in carcere per la morte di Pamela Mastropietro, la 18enne romana fatta a pezzi e chiusa in due trolley abbandonati nella campagna di Macerata. Una versione che allo stato attuale non può essere né confermata né smentita dall’autopsia, ma che intanto è valsa al nigeriano un primo vantaggio legale: il gip ne ha convalidato il fermo solo per le accuse di occultamento e vilipendio di cadavere. A quanto emerso, Oseghale non avrebbe fatto ammissioni neanche su questo, ma gli investigatori hanno trovato riscontri oggettivi nel suo appartamento: gli abiti di Pamela sporchi di sangue, le taniche vuote della candeggina usata per lavare il corpo, grossi coltelli da cucina e una mannaia, su cui il luminol ha evidenziato tracce di sangue.

L’autopsia non riesce a dare risposte

Dunque, almeno per ora, lo scempio che è stato fatto del corpo della povera Pamela va a vantaggio di Oseghale. Le condizioni dei suoi resti, infatti, non ancora hanno consentito al medico legale, Antonio Tombolini, di stabilire con certezza la causa della morte. La ragazza, secondo la relazione consegnata al pm dall’anatomopatologo, potrebbe essere morta per «intossicazione acuta da xenobiotici per via endovenosa probabilmente indotta (una overdose, ndr) e/o ferita da punto e taglio alla parte bassa della porzione postero-laterale destra del torace», le coltellate al fegato di cui si era già parlato. Bisognerà dunque attendere gli esami tossicologici per avere una indicazione più chiara sulle modalità della morte di Pamela.

Le versioni di Oseghale sulla fine di Pamela

Secondo quanto trapelato, Oseghale inizialmente aveva negato anche di essere stato nel suo appartamento con la ragazza. In un primo momento avrebbe raccontato di non essere rientrato a casa fino al giorno successivo e di averla lasciata con un suo amico, un altro spacciatore nigeriano da cui l’aveva portata per procurarle l’eroina e ora iscritto a sua volta nel registro degli indagati. Poi la seconda versione, con l’ammissione di essere salito anche lui in casa, ma con il racconto della morte per overdose. Una ricostruzione che, in attesa che sia l’autopsia definitiva a parlare, non giustifica e non spiega quello che è accaduto dopo. Se davvero, come sostiene, Osenghale e il suo complice hanno “solo” assistito alla morte di Pamela per overdose perché poi hanno fatto scempio del suo cadavere in quel modo, tanto da impedire di capire se sia morta per una o più coltellate? Se non l’hanno uccisa e nemmeno – come pure si è ipotizzato – violentata, perché lavarla con litri e litri di candeggina? Perché asportare seno, bacino, monte di venere? Perché nei trolley, assieme alle altre parti di quel corpo ridotto in quarti, non sono stati ritrovati il collo e parte dei genitali? Quali tracce avrebbero trovato gli investigatori? Quali eventuali segni di traumi non si potevano cancellare con la candeggina?

Tante domande senza risposta

Si tratta di domande di fronte alle quali si può solo sperare che gli investigatori e i medici legali riescano a fare davvero chiarezza, spazzando via ogni dubbio. L’alternativa sarebbe dover ipotizzare che Osenghale e il suo complice abbiano trovato il modo di compiere il delitto perfetto, coprendolo con quella macelleria nel più bestiale dei modi. Resta poi l’ipotesi che Pamela sia effettivamente morta per overdose. Ma anche questa eventualità porta con sé interrogativi che non possono essere aggirati, uno su tutti: cambia davvero qualcosa se Oseghale e il suo complice l’hanno uccisa con la mannaia che poi hanno usato per squartarla o lasciandola morire dopo averle fornito la dose di droga, averla accompagnata a comprare la siringa e averla portata a iniettarsela in una casa in cui nessuno l’avrebbe aiutata?