Pamela, fatali due fendenti al fegato: spunta la pista del delitto rituale. Ecco perché

Un quarto indagato – un rifugiato 40enne, anche lui nigeriano, anche lui in contatto telefonico con uno degli arrestati, Innocent Oseghale – e una pista che, partendo dallo scempio sul corpo della povera Pamela, fa rientrare nell’inchiesta dalla porta principale un’ipotesi uscita in sordina dalla finestra ma che, sin dalle prime ore del macabro ritrovamento dei resti della vittima in due trolley abbandonati, si era fatta strada nelle menti degli inquirenti pur rimanendo, a detta della procura, una teoria non privilegiata: quella del crimine tribale che rimanda a modalità omicidiarie diffuse nei villaggi nigeriani.

Pamela, prende corpo l’ombra del delitto rituale

Due fendenti al fegato e un colpo alla testa – e una linea delle dissezioni che tradirebbe una mano esperta o, quanto mano, di chi sa come procedere. La pulizia della casa e del corpo martoriato di Pamela molto accurata e poi quel trattamento riservato ai resti, occultati in due valigie lasciate a vista e facilmente reperibili… «Forse siamo di fronte a una sorta di rito, dietro c’è qualcuno il cui nome non è ancora emerso, una persona pericolosa anche per gli indagati», prova a spiegare dalle colonne del Tgcom 24 il legale di Desmond Lucky (uno dei tre nigeriani fermati per l’omicidio), l’avvocato Gianfranco Borgani. «In Nigeria, specie nel sud – riporta il sito giornalistico – sono praticati rapimenti e delitti per smembrare e vendere parti di arti o organi». Quel che è certo su Pamela Mastropietro sono state inferte due coltellate profonde all’addome, un colpo alla tempia e un ematoma all’avambraccio: queste le tracce sui resti del suo corpo, probabilmente sintomo della reazione della ragazza che, nonostante fosse sotto l’effetto dell’eroina, può aver provato a ribellarsi ai suoi aguzzini, provocandone la reazione inconsulta, efferata. Di certo, la mattanza che ne è seguita non può prescindere dall’ipotesi di una collaborazione tra i tre nigeriani, tanto che l’accusa che li riguarda parifica i ruoli. Dirimenti, però, saranno i riscontri del Ris attesi per i prossimi giorni sugli indumenti della vittima e, soprattutto, su mannaia e coltelli sequestrati, utilizzati per dissezionarne «con così tanta perizia» (annota il medico Cingolani) il corpo ormai privo di vita.

Quel corpo sezionato con perizia estrema…

Un sospetto che, se possibile, getta altre ombre e aumenta, se possibile la portata dell’orrore di una vicenda che sembra riservare ancora altre terribili acquisizioni sulle ultime ore di vita e, soprattutto, su quello che ha portato alla morte della 18enne romana. Ammazzata e dilaniata da un branco di nigeriani nelle cui grinfie la vittima è finita forse senza rendersi subito conto della trappola mortale in cui aveva finito per mettersi. Verosimilmente si è ribellata, Pamela. Ha provato a difendersi, nonostante lo stordimento della droga assunta in quel maledetto appartamento divenuto luogo di tortura e di morte. E dopo l’efferato omicidio, lo scempio su quel corpo acerbo oltraggiato, sezionato, martoriato dalle tre belve assetate di sangue eppure, a quanto risulta dall’esame autoptico, fatto a pezzi con macabra precisione. Una pignoleria entomologica che contrasta visibilmente con la mattanza compiuta: la stessa, peraltro, riservata alla pulizia della scena del crimine, ripulita e sterilizzata con la varechina. E la sensazione, nell’apprendere queste ultime, sconcertanti verità, è che la terribile vicenda del delitto di Pamela Mastropietro e l’inchiesta aperta sul suo caso ancora non abbiano finito di dire tutto. E allora, cosa ha innescato la violenza e poi il brutale omicidio? Cos’altro può essere successo ancora, in quell’attico dell’orrore, nei drammatici istanti che hanno preceduto lo smembramento di quel che restava di Pamela? Quali sono stati i ruoli degli aguzzini; chi i protagonisti, chi i gregari? E soprattutto, perché tanta nuda crudeltà?