Macerata, da Renzi e Gentiloni toni sobri: serietà o calcolo elettorale?

Pochi commenti, molta cautela, parole misurate e inviti alla calma. Di fronte alla sparatoria di Macerata, dove il 28enne Luca Traini ha ferito sei persone di colore, i vertici del Pd scelgono un taglio istituzionale. Non solo il premier uscente Paolo Gentiloni, ma anche il segretario Mattei Renzi. Un atteggiamento sobrio che fa applaudire al ritrovato senso di responsabilità, dopo mesi di campagne sul presunto allarme fascista, ma che proprio per questo insospettisce un po’: il Pd ha finalmente capito che alimentare l’odio danneggia tutti o cerca solo di smarcarsi dai competitor politici di LeU, i cui vertici si sono distinti per la strumentalizzazione della sparatoria? E, ancora, quanto pesa che sullo sfondo del crimine di Traini potrebbe esserci l’omicidio efferato di una ragazzina di 18 anni, per il quale è stato fermato uno straniero? Quanto è avvertito come scivoloso un terreno da cui i mali dell’immigrazione incontrollata emergono nella loro veste più drammatica?

Gentiloni: «I delinquenti sono delinquenti»

«Confido nel senso di responsabilità di tutte forze politiche. L’odio e la violenza non riusciranno a dividerci. Il popolo italiano saprà stringersi intorno alle istituzioni e ai comuni valori della Repubblica», ha detto Paolo Gentiloni nel corso di una dichiarazione alla stampa a Palazzo Chigi, che ha avuto i toni del messaggio alla nazione. «Lo Stato sarà severo verso chiunque pensi di alimentare una spirale di violenza», ha proseguito Gentiloni, lanciando un vero e proprio appello: «Fermiamo questo rischio, subito». Il premier ha quindi ricordato come Macerata sia ancora sconvolta per l’omicidio di Pamela Mastropietro – la 18enne ritrovata smembrata in due valigie – per il quale è stato fermato il nigeriano Innocent Oseghale, e ha parlato dell’arrivo in città del ministro Marco Minniti come di una «occasione per esprimere la vicinanza del governo a una comunità che nei giorni scorsi è stata già colpita da un efferato delitto». «La magistratura – ha avvertito Gentiloni – assumerà le proprie decisioni, ma una cosa è certa: delitti efferati e comportamenti criminali saranno perseguiti e puniti. Questa è la legge, questo è lo Stato. Comportamenti criminali non possono avere alcuna motivazione ideologica. I delinquenti sono delinquenti. Lo Stato – ha concluso il presidente del Consiglio – sarà particolarmente severo verso chiunque pensi di alimentare una spirale di violenza. Fermiamo questo rischio subito, insieme».

Renzi: «Non strumentalizziamo questa vicenda»

Che la linea sarebbe stata questa si era già capito dall’intervento di Matteo Renzi. Un lungo post affidato a Facebook che deve essere stato a lungo soppesato: è arrivato dopo diverse ore dalla sparatoria. Renzi, come poi ha fatto anche Gentiloni, ha rivolto un appello «a tutti, ma proprio a tutti, alla calma e alla responsabilità», invitando a evitare le strumentalizzazioni. «L’uomo che ha sparato, colpendo sei coetanei di colore, è una persona squallida e folle. Ma lo Stato è più forte di lui e lo ha catturato grazie al coraggio delle forze dell’ordine cui va – una volta di più – la nostra gratitudine», ha scritto Renzi. «Abbassiamo subito i toni, tutti. Non strumentalizziamo questa vicenda. Lasciamo la campagna elettorale fuori da questo terribile evento», ha proseguito il segretario Pd. Eppure nelle scorse settimane, insieme al suo partito, Renzi è stato fra quelli che hanno cavalcato ogni fatto di cronaca utile, anche il più risibile, per alimentare un clima di allarme e paura nel Paese. Per questo oggi questi toni così istituzionali, che sono mancati per esempio a Pietro Grasso e Laura Boldrini, ancora in servizio come seconda e terza carica dello Stato, benché apprezzabili, fanno pensare più a un calcolo elettorale che a un ritrovato senso di responsabilità.

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