L’agente ferito dai centri sociali: «Ecco come mi hanno ridotto una maschera di sangue»

Luca Cellamare, 35 anni, agente del reparto mobile di polizia, padre di famiglia rimasto ferito da un ordigno imbottito di chiodi durante gli scontri nel centro di Torino. «A mia figlia ho detto: Papà fa come te quando fai le gare e vai avanti lo stesso anche se sei stanca». E’ uno dei passaggi dell’intervista dell’agente rilasciata al Corriere della Sera.

“Ero così inc… e pieno di adrenalina che non sentivo il dolore”

L’agente racconta al quotidiano milanese gli attimi di concitazione vissuti a Torino: «È successo che sono stato colpito da questo ordigno e mi sono beccato una grossa scheggia nella natica. Anche altri colleghi sono stati colpiti, uno di loro ha una frattura a un piede». Cellamare  non ha mollato e ha continuato a lavorare: «Mi sono tolto dallo schieramento e sono andato nelle retrovie. Ho guardato in faccia il funzionario del servizio e ci siamo capiti: io ero il lanciatore di lacrimogeni e lui ha dato l’ordine di lanciare. Ho lanciato e a quel punto la folla che avevo davanti si è allontanata e l’ idrante ha fatto il resto. Se ne sono andati». E ancora: «Ero così inc… e pieno di adrenalina che non sentivo il dolore. Sentivo la gamba sanguinante ma sono andato avanti lo stesso per un’ ora».

«Sono rimasto al mio posto per aiutare gli altri»

Ma la partita con gli antifascisti non era affatto conclusa, anzi. Racconta Cellamare al Corriere: «Si sono spostati in una via laterale e hanno continuato. Poi ho finito i lacrimogeni e ne ho chiesti altri a un collega». Il tutto sopportando la ferita alla gamba, che non smetteva di sanguinare: «A un certo punto sentivo male. Ma avevo in testa solo l’ idea di aiutare gli altri. E ho corso e lavorato per un’ora, con quelli che insultavano, lanciavano ordigni, bottiglie, sampietrini… Poi il questore vicario ha chiesto se c’erano feriti. Sono stato zitto ma un collega mi ha messo un dito nello squarcio della divisa, sopra la coscia. Quando l’ha tolto aveva la mano insanguinata e mi ha detto: tu devi andare in ospedale. Mi sono arreso”».

L’ agente ferito: «A mia figlia ho detto che…»

Ora la ferita “brucia parecchio ma pazienza, sopporterò”. alla moglie a ai familiari ha detto. «Io sono un poliziotto. Per me lavorare è una missione. Mi alzo la mattina e infilo la divisa sapendo che quello che faccio non mi renderà mai ricco e che ogni giorno mi può succedere il peggio». Poi parla della figliloletta, travolta anche lei da questo episodio. Quello del padre è il il mestiere più difficile: «Faccio le medicazioni e quindi non le ho nascosto che è successo qualcosa ma per non spaventarla le ho detto: “papà fa come te quando fai le gare e vai avanti lo stesso anche se sei stanca. Anche io mi sono fatto male, ho messo un cerotto grande grande e vado avanti così”».

«Prima o poi qualcuno di noi ci rietterà la vita»

E sui quegli antagonisti violenti in piazza l’agente ha detto parole chiare, sacrosante: «Penso che questa gente abbia bisogno di disciplina e che sia arrivato il momento storico per dire basta al nostro lavoro politically correct nelle piazze. L’ altra sera la città è stata ostaggio di 400-500 teppisti pregiudicati che arrivavano da vari centri sociali d’ Italia. Secondo lei è normale?. Infine, lo sgomento: «Brucia molto di più l’idea che qualcuno di noi prima o poi possa rimetterci la vita per gente che si dichiara antifascista o per chiunque altro fa della violenza la sua bandiera».