Il solito protocollo a tutela dei minori a rischio. Ma non c’è già lo Stato?

Nessuno ormai ci fa più caso, ma l’Italia è diventata la nazione dei patti separati tra segmenti di quello che fino a prova contrario è tuttora un unico Stato. Da tempo i nostri burocrati si barcamenano tra “intese”, “protocolli”, “negoziati” e strumenti più in uso a controparti in lotta che a pubbliche amministrazioni accomunati da identiche finalità. L’ultimo rito in tal senso è stato consumato stamani con protagonisti, tra gli altri, il procuratore Cafiero de Raho per la Direzione nazionale antimafia (Dna), Maria Elena Boschi per il dipartimento per le Pari Opportunità di Palazzo Chigi, il tribunale e la procura dei minori, la procura di Reggio Calabria e don Ciotti in rappresentanza dell’associazione Libera. Obiettivo comune, spiega una nota della Dna, l’attivazione di una rete di sostegno tra giurisdizione, governo, e mondo associazionistico «che possa permettere di tutelare e assicurare una concreta alternativa di vita ai soggetti minorenni provenienti da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata o che siano vittime della violenza mafiosa». Encomiabile. Tuttavia, è lecito chiedersi se senza il protocollo siglato oggi tali meritorie finalità non fossero state ugualmente perseguibili. La risposta dovrebbe essere negativa perché un’intesa, persino questa così autorevolmente sottoscritta, non è una legge. Ne consegue che «tutelare e assicurare una concreta alternativa di vita ai minori eccetera eccetera» è obiettivo già contenuto in una delle tante norme di cui abbonda il nostro copiosissimo impianto legislativo. Ma, allora, se l’obiettivo è già fissato per legge, che senso ha radunare intorno a un tavolo pezzi dello Stato (escluso don Ciotti) per firmare un documento in cui si impegnano a perseguirlo? È come se i chirurghi s’impegnassero ad operare, i parlamentari a legiferare, gli avvocati a difendere e i preti a dire messa. In realtà, tanta ridondanza si spiega con il malinteso senso di autonomia che ha di fatto sbrindellato lo Stato. Tempo fa, il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, analizzando il fenomeno, ne concluse che da noi «non comanda più nessuno». Ed è così. Siamo ormai divisi in regioni, province, città metropolitane, comuni, contrade, scale interne e pianerottoli, ognuno dotato di statuto e di autonomia. Insomma, se l’Italia è morta, viva l’Itaglia!