Crema, ennesima “vendetta” di Pd e Anpi: tolta la cittadinanza a Mussolini

Partiamo dalla fine, da quel commento scontato, intriso di soddisfazione, come sempre, da copione, quando i partigiani ordinano e il Pd esegue. «Quello di oggi è un atto politico di grande valore, specie di questi tempi in cui razzismo, xenofobia, apologia del Ventennio sono presenti in modo preoccupante nella nostra società. Ringraziamo il sindaco, il presidente del Consiglio e i consiglieri che hanno sostenuto la nostra iniziativa», dice Paolo Balzari, presidente di Anpi Crema.

La grande impresa, si fa per dire, è stata quella di revocare la cittadinanza onoraria di CremaBenito Mussolini, delibera proposta dal Pd, che esprime il primo cittadino, la signora Stefania Bonaldi: un atto passato in Consiglio comunale con 15 voti favorevoli e nessuno contrario perché i tre rappresentanti della minoranza presenti, due di Forza Italia e uno del M5S, Carlo Cattaneo, che in aula aveva espresso tutte le sue perpessità su questa “vendetta” storica postuma,   sono usciti dall’aula. Ovviamente dietro questa operazione di “defascistizzazione” di Crema c’è la regia dell’Anpi, che qualche mese fa aveva scoperto che nel 1924 il Comune di Crema aveva concesso la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.

Il sindaco Stefania Bonaldi ha voluto così correggere  “un errore più emotivo che politico di 94 anni fa” che però spiega quasi rivendicandolo. «Chi prese quella decisione sperava in un riscatto internazionale, senza sapere cosa sarebbe realmente accaduto negli anni successivi. All’epoca della concessione della cittadinanza era appena finita la prima guerra mondiale, l’Italia era stata maltrattata nel corso della Conferenza di pace di Parigi e con il Trattato Versailles. Uscita vittoriosa dal conflitto ma non aveva riottenuto la Dalmazia, Fiume e le isole adiacenti, l’irredentismo nazionalista si era rafforzato durante la guerra, successivamente si era diffusa la percezione della cosiddetta “vittoria mutilata”. C’era la necessità di uno scatto di orgoglio, di rivendicare al mondo che il nostro era un grande Paese».

Buone motivazioni, dunque, comprensibili. Ma allora perché, 94 anni dopo, rimettere in discussione un atto che appartiene alla storia e non più alla politica? Forse perché il 4 marzo è vicino a un po’ di antifascismo, da quelle parti, qualche voto al Pd lo porta sempre…