Caro Salvini, Fazio le starà pure «sulle palle». Ma un aspirante premier non lo dice

«In tv vado ovunque mi invitino. Quasi ovunque… dico quasi ovunque perché non sono andato con orgoglio da Fabio Fazio, che mi sta sulle palle. Mi sono risparmiato lui e la Littizzetto». Così parlò Matteo Salvini, leader politico e aspirante premier. Al netto di ogni comprensione per l’antipatia che il politically supercorrect del conduttore di Che tempo che fa può suscitare in ciascuno di noi e al netto della più benevola concessione all’utilizzo del turpiloquio come lingua ufficiale della politica attuale, ci chiediamo sommessamente se sia conveniente per uno che aspira alla poltrona più alta di Palazzo Chigi rivolgersi in questo modo verso un’altra persona. Avesse contestato – che so – il programma, la conduzione o persino l’arredamento dello studio… pure pure, ma qui si parla d’altro. Si parla dell’antipatia suscitata da Fazio in Salvini. A tal punto radicale e irriducibile da far passare in secondo piano gli ambiziosi progetti di leadership coltivati dal capo leghista. Incredibile. Da quando politica e tv vanno a braccetto, non era mai capitato che un leader rinunciasse alle telecamere, e per di più ad una settimana dal voto, sol perché il conduttore gli «sta sulle palle». Tutta colpa del grasso che cola, verrebbe da dire. Ve l’immaginate un Giorgio Almirante dare forfait ad una Tribuna Politica per idiosincrasia conclamata con Jader Jacobelli o con Ugo Zatterin? Ma neanche per sogno. Questione di educazione, certo. Ma anche di calcolo. Già, allora la politica non era un prodotto di largo consumo e quei pochi microfoni che sporgevano dai tiggì erano esclusivo appannaggio di governo, maggioranza e opposizione comunista. Ad Almirante andava già di lusso quando poteva accomodarsi (si fa per dire) sullo strapuntino delle trasmissioni ufficiali della campagna elettorale. E anche lì quante polemiche, con gli “indignati speciali” dei giornali pronti a girare i tacchi e a lasciare la trasmissione pur di non scambiare una sola sillaba con il “fascista” Almirante. Che, però, a differenza di Salvini non si lasciava irretire né intimorire dalle sfuriata ideologiche dei suoi detrattori. Anche perché capiva che la loro reciproca incompatibilità era solo questione di pelle, non di «palle». Altri tempi. Soprattutto, altro stile.