Caro Cav, anche se non ti convince, partecipa all’«anti-inciucio day»

Sarà anche una «liturgia dannosa», come l’ha bollata Silvio Berlusconi di primo mattino dai microfoni di Radio Capital, ma è anche vero la manifestazione anti-inciucio voluta da Giorgia Meloni per il prossimo 18 febbraio a Roma – cui il Cavaliere si riferiva – è ormai apparecchiata e la sua percezione conta ora più del suo merito. C’è poco da almanaccare: ove confermata, l’annunciata diserzione dell’anti-inciucio day è destinata a diventare un caso politico. Gli avversari vi sguazzeranno e avranno facile gioco nel presentare la coalizione alla stregua di una coalizione rissosa, più occupata a combattersi internamente che a tagliare il doppio traguardo della vittoria elettorale prima e del governo poi. E non avrebbero torto visto che la contesa non riguarda proprio una singola bazzecola, ma la linea politica da adottare in caso di stallo politico una volta chiuse le urne. Al contrario della Meloni, convinta che prospettare un nuovo voto dopo il voto porti voti, Berlusconi ritiene che “sempre” e “mai” siano “categorie” del tutto ignote alla politica. Soprattutto, teme che il voler a tutti i costi esorcizzare la subordinata dell’accordo con il Pd finisca per trasmettere inquietudine all’elettorato e per suonare come ammissione che non c’è certezza della vittoria del centrodestra neppure in chi lo guida. Sono obiezioni non infondate, ma ormai – lo ripetiamo – l’appuntamento del 18 è già cerchiato sul calendario della politica. E tutto ci si può concedere a poco più di due settimane dalle elezioni tranne il lusso di dare ragione a chi spaccia il centrodestra come una finzione acchiappavoti destinata a squagliarsi come un ghiacciolo un minuto dopo la chiusura delle urne. Morale: il giuramento anti-inciucio sarà pure un errore. Ma mai così grande come il rifiuto di prestarlo.