40 cani randagi avvelenati a Sciacca: la strage diventa un caso politico

Una denuncia contro ignoti per la strage di 40  cani randati a Sciacca, in provincia di Agrigento, è stata presentata dalla Lav. La Lega antivivisezione sollecita «indagini accurate» affinché i responsabili, per i quali il Codice penale prevede una pena fino a due anni, «siano individuati, fermati nei loro propositi killer e assicurati alla giustizia». Inoltre l’associazione animalista chiede che i carabinieri inviino servizi specializzati come il Soarda (nuova denominazione nata dalla fusione di competenze tra l’Arma dei carabinieri e i forestali nel campo dei reati in danno degli animali), poiché «quanto accaduto è di estrema gravità sia in termini di animali uccisi che di tutela della salute pubblica».

Dopo i fatti di Sciacca si mobilita l’Ars

Secondo le prime indagini almeno 40 randagi sono morti per aver ingerito cibo avvelenato distribuito da qualcuno per strada. Nell’area di capannoni dismessi, i volontari hanno trovato rifiuti, materiale di risulta e altre esche avvelenate. L’area è stata posta sotto sequestro dai carabinieri tuttavia poco o nulla è dato sapere sia sull’inizo delle operazioni di bonifica previste per legge sia sugli interventi di recupero dei randagi sopravvissuti. La vicenda allarma anche la politica. Il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, intende istituire una commissione parlamentare che studi il fenomeno del randagio. Sulla questione è intervenuta anche Michela Vittoria Brambilla, presidente del Movimento animalista e della Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente (Leidaa).