Il docente di Avola picchiato in classe non merita l’attenzione dei politici?

12 Gen 2018 16:48 - di Giacomo Fabi

Un giornalista che un certo segno nella storia lo ha lasciato diceva spesso che a dare l’idea della tenuta di un Paese non erano tanto i grandi fatti della politica quanto quelli della cronaca spicciola. È solo dagli scricchiolii che arrivano dal vissuto quotidiano – sosteneva – che è possibile capire dove va la società. E a dir poco sinistro è lo scricchiolio arrivato mercoledì scorso da Avola, nel Siracusano, dove Salvo Busà, 60 anni, docente di Educazione Fisica presso la locale scuola media “Elio Vittorini“, è stato selvaggiamente picchiato da una coppia di genitori colà accorsi su chiamata del proprio figlio 12enne, che aveva accusato l’insegnante di avergli lanciato un libro in faccia. Uno appena normale potrebbe pensare che prima di passare a vie di fatto e fratturargli una costola a pugni e a calci, i premurosissimi mamma e papà abbiano condotto un minimo d’indagine. Ma si sbaglierebbe. Mamma e papà l’hanno considerata una pratica inutile: nessun dubbio su chi avesse ragione tra il loro rampollo il docente. E così gli sono piombati addosso nella palestra del “Vittorini” per picchiarlo davanti agli altri studenti. Episodi di violenza si contano a decine ogni giorno: per strada, sul posto di lavoro, nel condominio. Ma quando il loro teatro è la scuola, sprigionano un retrogusto talmente disgustoso e scioccante da indurci a ritenere che ormai non esistano più “zone franche“, luoghi da sottrarre alla volgarità e alla violenza in omaggio al simbolismo che racchiudono e alla funzione che esercitano. È inutile parlare di “buona scuola“, di stabilizzazione degli insegnanti precari o continuare a sperperare risorse per insegnare le tante “educazioni” in cui ormai si balocca, e non da ora, l’istruzione italiana (all’alimentazione, all’ambiente, alla legalità, alla diversità, al rispetto di genere e via elencando) quando poi il rapporto docenti-famiglie è improntato alla reciproca diffidenza. È come voler chiudere la stalla a buoi già scappati. E i buoi sono gli insegnati sempre più scadenti e i genitori degli adolescenti smartphone. Insieme formano la generazione partorita da una scuola sindacalizzata, ossessivamente preoccupata di espellere da se stessa ogni elemento capace di ricondurre a concetti come autorità, merito, decoro, sacrificio. Occorrerebbero in proposito parole nette e severe. Ma non è una politica da avanspettacolo a poterle pronunciare. Infatti tace. Il ministro Fedeli, invece se l’è cavata con una  telefonatina. La solita telefonata a base di solidarietà e bla-bla-bla. Pensate invece a quale segnale di vera e fattiva vicinanza avrebbe dato a Busà e ai docenti di tutta Italia se al posto del telefono il ministro avesse alzato le chiappe per volare ad Avola e accertarsi personalmente dell’accaduto. Ma questi sono gesti di altre epoche. Epoche in cui la scuola era soprattutto esempio.

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