Trump sempre furioso con Bannon: il danno è fatto, «le scuse non bastano»

Lo strappo c’è stato, e anche profondo: e ora la pezza che vorrebbe ricucirlo è decisamente peggiore del buco che deve coprire. Le scuse – tardive – di Steve Bannon non sono bastate per placare la rabbia di Donald Trump e sedare il risentimento di staff ed entourage familiare travolti dagli scandali propagandati ad arte nelle pagine del volume – andato a ruba – firmato da Michael Wolff. Di più: i retroscenisti Usa raccontano di un presidente ancora furioso per i commenti dell’ex chief strategist della Casa Bianca, riportati nel libro Fire and Fury: inside the Trump White House di Michael Wolff, con i quali assegnava la patente di «traditore» a Donald Trump jr per l’incontro del 2016 alla Trump Tower con l’avvocatessa russa vicina al Cremlino, Natalia Veselnitskaya.

Trump sempre furioso con Bannon

Non solo: la possibilità che con le sue scuse “retroattive” Bannon possa rientrare nelle grazie di Trump è definita «improbabile»; anzi: altamente improbabile, stando a quanto lasciato intendere da un anonimo funzionario della Casa Bianca, citato da Politico. La dichiarazione di Bannon, con la quale l’ex stratega presidenziale ha precisato che le sue parole si riferivano all’ex capo della campagna presidenziale Paul Manafort e non al figlio del presidente, vengono considerate insufficienti e in ritardo, soprattutto rispetto al danno fin qui provocato. Anche se, la marcia indietro deve essere costata molto al cantore dell‘alt-right, ritenuto «una delle persone più ostinate della Terra», secondo le parole di un suo stretto alleato. Bannon, insomma, com’era prevedibile, rischia di vedere seriamente compromessa la sua agenda politica, in vista delle elezioni di mid term di quest’anno, sulle quali puntava per estendere la sua influenza ideologica all’interno del Partito repubblicano. E se le azioni di Bannon sono in discesa, fanno notare i commentatori Usa, all’interno del Gop salgono di riflesso – e in proporzione – quelle dello speaker della Camera, Paul Ryan, e del leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell.

Bannon, un passo falso che avvantaggia i competitor

Peraltro, nel considerare chi scende e chi sale nelle preferenze politico-elettorali va tenuto in debito conto il fatto che anche la tempistica dell’incidente con Trump ha giocato contro Bannon. La furia del presidente contro il suo ex braccio destro si è infatti scatenata proprio alla vigilia del vertice a Camp David con Ryan e McConnell, nel quale veniva celebrata la vittoria legislativa della riforma fiscale approvata dal Congresso. «Non poteva essere scelto un giorno peggiore sul calendario», ha detto a Politico un esponente repubblicano con stretti legami con la Casa Bianca. L’establishment del Gop brinda al passo falso, forse fatale, compiuto da Bannon. Sulla questione è intervenuto anche Karl Rove, ex stratega elettorale di George W. Bush. «È una vittoria per il presidente, al quale Bannon ha ora meno possibilità di creare problemi e non potrà più dare cattivi consigli in telefonate a tarda notte», ha affermato polemicamente Rove. Forse, se la smentita e le scuse di Bannon fossero arrivate prima, la rabbia di Trump si sarebbe placata per tempo. Il fatto è, spiegano alcune persone a lui vicine, che l’ex chief strategist ha atteso tutti quei giorni in parte perché non ricordava di aver detto le cose che Wolff gli ha attribuito nel suo libro, e in parte perché è rimasto spiazzato dalla furia con la quale il presidente si è scagliato contro di lui attraverso Twitter. L’incidente ha anche alienato a Bannon il favore della sua principale finanziatrice, Rebekah Mercer, che potrebbe ora costringerlo a lasciare la guida di Breitbart News, il sito attraverso il quale Bannon ha costruito le sue fortune di ideologo politico della destra populista americana.