Schiavi del lavoro forzato all’estero: l’ultima atrocità di Kim Jong-un

Schiavi di Stato. Spediti ai lavori forzati in un Paese all’estero, per rimpinguare le casse del regime con i loro salari. È la pratica adottata dalla Corea del Nord sin dai primi anni ’60, ma tornata in auge e fortemente incrementata dal giovane dittatore Kim-Jong-un. Secondo stime Onu, sarebbero almeno 50mila i lavoratori forzati nordcoreani distribuiti in circa 40 Paesi del mondo, Europa compresa, costretti a spaccarsi la schiena fino a 16 ore al giorno e in condizioni proibitive. Fantasmi privati di ogni diritto e libertà, obbligati a lavorare e vivere nell’ombra, ad esclusivo vantaggio del regime. Una pratica alla quale la Polonia ha appena detto basta, vietando d’ora in poi ogni nuovo permesso di lavoro ai nordcoreani (sarebbe 462 i lavoratori nel paese) “conformemente a una risoluzione delle Nazioni Unite”, ha reso noto la ministra del lavoro polacca. Una schiavitù di stato che non si ferma, però, ai confini polacchi, poichè la sua portata è ben più ampia, anche di quella stimata dall’Onu: secondo alcune associazioni, infatti, i lavoratori forzati nordcoreani ‘deportati’ all’estero sarebbe circa 100mila. Lo scorso 22 settembre – ricorda Le Figaro in un articolo dedicato al fenomeno- il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha adottato una nuova risoluzione contro il regime di Pyongyang: tra queste figurano il divieto di nuovi contratti di lavoro per i nordcoreani e il rimpatrio entro due anni di qualsiasi lavoratore costretto ad emigrare. Obiettivo: tagliare alla radice le fonti vitali di valuta estera e gli investimenti da parte del governo nordcoreano. Kim oggi regna su un paese eremita e in bancarotta, soffocato da sanzioni internazionali. E per questo, per riempire le casse e procurarsi denaro, il dittatore ha restaurato dal 2012 questa forma di schiavitù moderna. Una manodopera a basso costo molto attraente per alcuni paesi come la Cina o la Russia, dove secondo il Database Center for North Korean Human Rights (Nkdb) i lavoratori sarebbero rispettivamente 19mila e 50mila. Mani impiegate anche nel cantiere della Coppa del mondo 2022 in Qatar, nel porto di Danzica in Polonia, in Mongolia, Kuwait, negli Emirati Arabi Uniti, in Nigeria o in Algeria.