Scalfari si scopre dannunziano: il Vate era quasi meglio di Moravia…

Assisteremo a una D’Annunzio renaissance? Tutto è possibile. Intanto la Fondazione del Vittoriale degli Italiani, presieduta da Giordano Bruno Guerri, sforna numeri più che soddisfacenti sui visitatori della casa museo dell’autore de Il Piacere,  mentre un recente libro di Pier Luigi Vercesi, Fiume, l’avventura che cambiò l’Italia (Neri Pozza), restituisce l’impresa fiumana al suo contesto storico sottolineandone le novità in termini di idee politiche e di costumi sociali.

E da ultimo arriva Eugenio Scalfari a parlarci di D’Annunzio. Del fondatore di Repubblica si parla molto in questi giorni per la sua rottura con De Benedetti. E mesi fa ha fatto rumore il suo endorsement in favore di Silvio Berlusconi da preferire ai grillini. Del padre legionario a Fiume, “affascinante  e infingardo, colto e strano”, Scalfari aveva già scritto a settembre su L’Espresso. Ora ci torna, perché sempre sul finire della vecchiaia si torna alle proprie radici, e ci si torna liberi dai lacci dell’ideologia.

D’Annunzio allora, D’Annunzio che – scrive Scalfari – “non perse mai, fu sempre vittorioso. Così pensava lui di se stesso. Eraclito era il suo destino e Narciso il suo dio”. D’Annunzio che scriveva canzoni per “la gesta del Carnaro”: Siamo trenta d’una sorte e trentuno con la morte. Eia, l’ultima! Alalà! D’Annunzio che, meglio di altri, incarna lo spirito italiano. Eppure è stato dimenticato troppo presto. Da un giorno all’altro, nel momento che ha coinciso con quello in cui “gli italiani, dopo esser stati tutti fascisti, diventarono in 24 ore tutti antifascisti”.
“Un giorno – racconta Scalfari – ho avuto una discussione con un mio grande amico e maggior poeta della modernità italiana. Lui non disprezza D’Annunzio ma non l’ammette nel Novecento, lo relega nella “Belle Époque” ottocentesca…”. Giudizio ingeneroso, secondo Scalfari: “È stato un personaggio – conclude – in quasi tutti i campi del pensiero artistico-letterario e in altre attività di azione e di politica, a destra e a sinistra purché fosse protagonista. Certo la sua poesia non è quella di Montale o di Quasimodo, i suoi racconti non sono quelli di Moravia, forse in certi casi sono stati anche migliori, il “Piacere” per esempio è meglio degli “Indifferenti” “. D’Annunzio che vale più di Moravia. Se non è revisionismo questo…