Roma, una strage lunga 40 anni: per Acca Larenzia i morti furono sette

Sì, le vittime di Acca Larenzia non furono tre, ma sette. Quel commando di terroristi rossi, mai individuati né perseguiti, ha continuato a uccidere persone innocenti per anni. Ma non solo loro: anche chi non è riuscito a bloccare sul nascere la tragedia che ha insanguinato l’Italia per anni. Anche chi conduceva indagini superficiali e svogliate, fatte in qualche caso di coperture e di omertà, che il più delle volte non hanno condotto all’arresto degli assassini. E questo perché le vittime erano vittime di serie B, “fascisti”, della cui morte non importava a nessuno in quell’Italia democratica e antifascista. Oltre ai tre giovanissimi di Acca Larenzia, Ciavatta, Bigonzetti e Recchioni, neanche i missini Venturini, Pistolesi, Mancia, Cecchin, Zini, Di Nella, Zicchieri, cui si aggiunse Cecchetti, ebbero mai giustizia. I loro killer non furono mai trovati. Così come accadde per molti giovani di sinistra.

Quella terribile “onda lunga” di morte negli anni successivi travolse altri giovani e altre persone, tutti direttamente collegati alla strage del Tuscolano. Si cominciò dopo pochi mesi con la morte che Antonio Ciavatta, padre di Francesco caduto sui gradini di via Acca Larenzia, si volle dare non sopportando la perdita del suo unico figlio, che quella sera aveva detto alla famiglia che sarebbe andato al cinema con gli amici. Come abbiamo scritto più volte, nelle sezioni del Movimento Sociale Italiano e del Fronte della Gioventù, la sua organizzazione giovanile, non c’erano differenza di classe o di censo, né di nessun altro tipo: i ragazzi che credevano negli stessi valori si ritrovavano insieme e lavoravano insieme, nessuno faceva caso alla ricchezza, all’aspetto, a come uno era vestito, si era camerati e tanto bastava. La famiglia Ciavatta proveniva da un’estrazione popolare, i genitori lavoravano entrambi come portieri in uno stabile in via Deruta, e Francesco, diciotto anni, unico figlio, frequentava il quarto anno al Liceo e si era iscritto al Fronte della Gioventù per la passione nell’organizzare qualsiasi attività politica. Dopo la morte di Francesco Ciavatta, Patrizia Walton, dirigente del Movimento Sociale Italiano, fu incaricata di seguire la famiglia Ciavatta. Dopo alcuni mesi la situazione era preoccupante. Nel suo rapporto a Giorgio Almirante, spiegava che il padre, Mario, aveva accusato malissimo il colpo. Chiuso in un preoccupante stato di mutismo: taciturno, silenzioso, un uomo spezzato dal dolore. Mentre la moglie, Angiolina Mariano, piangeva, si disperava ma riusciva ad esternare tutte le sue emozioni. Dopo pochissimi giorni, il padre di Francesco Ciavatta si suicidò bevendo, fino all’ultima goccia, acido muriatico contenuto in una bottiglietta. Fu ritrovato cadavere nei giardinetti pubblici senza labbra.

Il quinto atto di questo dramma fu scritto il 10 gennaio 1979, mentre i giovani missini continuavano a subire la più ignobile persecuzione di tutto il dopoguerra: giovani assassinati, sezioni incendiate, manifestazioni assaltate, aggressioni quotidiane. In tutti i modi la sinistra, ma più ancora il regime, cercavano di impedire l’agibilità politica ai ragazzi del Fronte della Gioventù e del Movimento Sociale Italiano. Quella sera ci fu uno dei più agghiaccianti fatti di sangue dell’epoca: un giovane 17enne, Alberto Giaquinto, fu assassinato da un poliziotto in borghese, Alessio Speranza, con un colpo alla nuca mentre si allontanava pacificamente da una manifestazione. Alberto Giaquinto stava solo ricordando insieme ad altri suoi camerati la strage di via Acca Larenzia avvenuta un un anno prima. La manifestazione si era svolta a Centocelle, davanti a una sede della Dc. Mentre i giovani missini si stavano disperdendo, arrivò questa Fiat 128 bianca, con due persone a bordo: una delle due, Speranza, in servizio alla Digos, la polizia politica, scese dall’auto e sparò al giovane Giaquinto che era di spalle, colpendolo in pieno. Giaquinto era insieme al suo amico Massimo Morsello, cantautore e poeta, che cercò inutilmente di dargli i primi soccorsi. L’ambulanza arrivò solo 30 minuti dopo, e dopo poche ore Alberto cessava di vivere tra le braccia della madre. Molti giovani avevano visto quello che era accaduto, ma quando andarono in commissariato a testimoniare, si videro denunciati perché la manifestazione non era autorizzata. Vergogna nella vergogna, perché – come disse alla Camera lo stesso Almirante – il Msi aveva ben chiesto con settimane di anticipo alla questura l’autorizzazione a ricordare i morti di Acca Larenzia con un corteo silenzioso aperto dai parlamentari del partito, cosicché non ci fosse pericolo di disordini. Ma dopo aver perso tempo per parecchi giorni, il ministro dell’Interno aveva rimandato i missini al questore, il quale disse, all’ultimo momento, come faceva spesso, che il corteo non si sarebbe fatto. Ma i giovani missini avevano il diritto e il dovere di ricordare i loro morti, soprattutto perché le indagini su Acca Larenzia non decollavano, mentre decollavano le complicità e le protezioni eccellenti, e pertanto una piccola manifestazione ci fu, quella tragica di Centocelle. In quegli anni peraltro l’Autonomia operaia, a Roma, a Milano, praticamente ogni sabato teneva violente manifestazioni tutte non autorizzate, nel corso delle quali devastava le città, metteva esplosivi e tirava bombe molotov. Il tutto tollerato dalle forze dell’ordine, dalla questura e dal ministero dell’Interno. Va ricordato che in quegli anni il 90 per cento delle manifestazioni del Msi e del FdG venivano regolarmente vietate, quasi sempre arbitrariamente. Era passato in Italia il messaggio che la presenza stessa di un anticomunista fosse una “provocazione”, solo le sinistre potevano parlare ed esprimersi. Nelle scuole, nelle università, in piazza, nel luoghi di lavoro. Ma molti ragazzi non ci stavano, non accettavano queste dittatura, decisero di difendere la loro libertà. Ma quella volta la questura, e quindi il Viminale, superarono loro stessi: sin dal primo momento si tentò, da parte delle sinistre e dei soliti giornali di regime, e anche da parte della questura, di infangare e calunniare Alberto Giaquinto, dicendo falsamente che era armato, che aveva munizioni, che aveva minacciato i poliziotti: tutte menzogne, e per giunta con le gambe corte, perché nessuna pistola fu mai trovata, né le munizioni, e fu provato che lui stava andando via. E proprio nei momenti in cui Giaquinto agonizzava e la famiglia era accorsa all’ospedale San Giovanni, la questura inviò una perquisizione a casa Giaquinto, all’Eur, nella frenetica ricerca di un’arma che non fu ovviamente mai trovata. “Non la troviamo , non la troviamo!”, “La dovete trovare!”, era il tono delle telefonate tra i poliziotti e la questura a casa Giaquinto. Ma non è finita qui: dopo l’assassinio, il ministero rifiutò per giorni di fornire il nome del poliziotto che aveva ucciso il 17enne, intorno a lui ci fu un comportamento che definire omertoso non è un’esagerazione. E ancora oggi non si saprebbe il nome del responsabile, se non fosse stato per la disperata determinazione del padre del ragazzo assassinato, Teodoro Giaquinto. Questo padre, visto che gli inquirenti non facevano il loro mestiere, anzi ostacolavano la ricerca della verità, pagò di tasca propria un’agenzia di investigazioni la quale sentì centinaia di testimoni, sia tra i ragazzi che avevano partecipato alla manifestazione sia tra gli abitanti del luogo sia tra i commercianti nei pressi di piazza dei Mirti. In breve si seppe la verità. Fu Almirante che in un’interrogazione parlamentare, atto insindacabile, fornì al Viminale il nome del colpevole. Ma le denunce per i missini che si erano recati a testimoniare rimasero. Ma il peggio doveva ancora venire: Speranza fu condannato a sei mesi per “eccesso colposo di legittima difesa”. Il riconoscimento più importante però è venuto molti anni dopo, nel 2002: lo Stato fu costretto a riconoscere un indennizzo alla famiglia, cosa che equivale a un’ammissione di colpa e di responsabilità. La famiglia ovviamente lo rifiutò, e i soldi furono utilizzati dall’avvocato Tallarico per la tomba di dove oggi riposa Alberto. Sul piano processuale, il 17 aprile 1988, dopo quattro processi, la Corte di Cassazione emise la sentenza definitiva, stabilendo che a sparare e a uccidere Alberto Giaquinto fu l’agente di pubblica sicurezza Speranza. Dopo l’autopsia, la versione mendace della polizia crollò. Alberto Giaquinto era nato a Roma il 5 ottobre 1962, frequentava il terzo anno del XIV liceo scientifico Peano.

E a quel liceo andava anche Mauro Culla, ragazzo che nessuno probabilmente ricorda. Era un compagno di classe di Alberto, che Il giorno dopo il funerale di Alberto, si suicidò nel box di casa. Il corpo, ritrovato dalla madre, era a terra, legato con una corda a uno scaffale del ripostiglio. Era morto, non per soffocamento, ma per l’impatto, sbattendo violentemente la testa su uno scatolone di bottiglie. Mauro Culla non aveva mai manifestato strani propositi, ma da giorni, i familiari, avevano notato lo sconforto in cui era caduto dopo la notizia della tragica fine di Giaquinto. Interrogati i suoi compagni di scuola, nessuno seppe motivare il gesto. Se Mauro si uccise per sconforto dopo la morte di Alberto, e se questa morte abbia innescato un processo che andava avanti da tempo, non lo sapremo mai. Ma se così fosse, è stata la sesta vittima di Acca Larenzia.

Ma la strage ha fatto, direttamente o indirettamente, una settima vittima, un altro giovanissimo. Parliamo del misterioso suicidio in carcere dell’estremista di sinistra, appartenente a Lotta Continua, Mario Scrocca, 28 anni, infermiere all’ospedale Santo Spirito. Fermato il 30 aprile 1987, nove anni dopo strage, dopo un primo interrogatorio davanti al giudice istruttore Guido Catenacci e la notifica del mandato di cattura per l’omicidio dei due ragazzi di destra, la sera dopo, approfittando di un momento in cui la guardia carceraria di turno si era allontanata, si strinse un asciugamano attorno al collo, lo fissò alla serratura di una finestra e si lasciò cadere nel vuoto. Prima di uccidersi il giovane infermiere avrebbe indirizzato ai familiari una lettera in cui chiedeva perdono per il tragico gesto e spiegava il perché del suicidio: non se la sentiva di affrontare un processo, sapendo di essere innocente. Ma il particolare fu smentito in modo secco a Palazzo di Giustizia: Mario Scrocca, in cella, avrebbe scritto solo una sorta di diario in cui annotava con minuzia tutte le più piccole vicende della detenzione, dal momento dell’arresto in poi. Secondo l’avvocato difensore, ad accusare il giovane di Lotta Continua era stata una pentita, Livia Todini, la quale avrebbe detto di aver visto Mario a una riunione in cui fu decisa la sigla da usare per la rivendicazione del sanguinoso agguato: Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale. Come effettivamente fu. Secondo l’avvocato, Mario poteva stare tranquillo: non c’erano elementi di accusa validi e sarebbe uscito dal carcere in pochissimo tempo. Contro di lui c’era appunto la testimonianza della pentita, che però parlava solo di una riunione, non del duplice omicidio. Comunque, a seguito delle rivelazioni della Todini, oltre a Scrocca furono arrestati altri estremisti di Lotta Continua: Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco de Martiis, poi assolti in primo grado per insufficienza di prove; stessa sorte toccò ad un’altra imputata latitante, Daniela Dolce, che riuscì a non farsi catturare e che in seguito riparò in Nicaragua. Nella nuova inchiesta aperta sulla strage di Acca Larenzia il pm Erminio Amelio riesaminerà anche gli atti su quel suicidio: se davvero Scrocca era innocente perché uccidersi? E se invece fosse stato colpito dal rimorso, seppure a distanza di nove anni, per aver saputo qualcosa su quel terribile agguato e non averlo detto? Mario Scrocca era sposato e aveva un figlio di tre anni.

Fu l’ultima vittima di quella catena di morte innescata dal gesto criminale di un commando dell’estrema sinistra davanti a quella sezione periferica del Tuscolano, frequentata solo da giovanissimi militanti, massacrati perché allora molti pensavano che uccidere un fascista non fosse reato. Così, quel sabato sera del 7 gennaio di 40 anni fa, i ragazzi uscivano dalla sede di via Acca Larenzia quando, alle loro spalle, arrivò di corsa un commando di sette otto persone tra cui (secondo le testimonianze raccolte poco dopo) c’ era anche una donna. Dal gruppo, partirono una quindicina di colpi di pistola e i due ragazzi crollarono a terra, centrati in punti vitali. Poco più tardi, esplose la reazione degli attivisti di destra: cariche, sassaiole, lacrimogeni. Dal gruppo dove si trovavano i carabinieri qualcuno fece fuoco contro i giovani e un altro missino, Stefano Recchioni, 19 anni, cadde a terra con la testa trapassata da un proiettile. Le indagini, per anni, rimasero praticamente ferme. Per molto tempo si credette che a sparare fosse stato l’allora capitano dei carabinieri Edoardo Sivori, che poi fu trasferito a Firenze, ma successivamente fu prosciolto e fu stabilito che non fu lui ad assassinare Stefano Recchioni. Per questo ogni volta che lo si coinvolge nell’omicidio sporge querela. L’Arma dei carabinieri ha dimostrato sempre grande sensibilità nel voler accertare le responsabilità dei suoi uomini qualora commettano reati, proprio per tenere alto l’onore dell’istituzione, e lo sta facendo anche in questo momento. Sarebbe bello oltre che doveroso se ora cercasse di individuare chi sparò a Stefano Recchioni quella sera. Anche se sono passati 40 anni.