“Riabilitare” Berlusconi per non morire d’ignoranza a Cinquestelle. Occhetto docet

Più che una riabilitazione, è una confessione. O quantomeno un’ammissione. Stavolta è il turno di Achille Occhetto, anche lui parla del Cavaliere. E non ne parla male. Non è cosa da poco, la stagione dei veleni ha fatto il suo tempo ed è agli sgoccioli. Restano pochi gli esponenti politici che si nutrono di antiberlusconismo. Incapaci di vivere senza il nemico, incapaci di portare avanti una proposta politica decente, afferrano al volo qualsiasi occasione per conquistare la scena. Hanno anche trovato nuovi nemici, dai presunti razzisti ai pericolosi fascisti, che mettono a rischio la democrazia. E sempre in nome della democrazia pretendono di dettar legge, vorrebbero arrogarsi il diritto di decidere persino come bisogna esprimersi, quali parole usare, come cambiare la grammatica. Tutto a loro uso e consumo. Non a caso cercano intese future con il M5S, che a sua volta si nutre solo di vaffa.

Su Silvio Berlusconi è stato detto di tutto e di più. Troppo. Spesso in modo volgare, con l’obiettivo di farlo apparire un mostro, il nemico da abbattere. Una tattica che è andata avanti per vent’anni e non ha funzionato. E ora che spuntano grillini da ogni parte, con il loro bagaglio di incapacità e di errori, di rancori e di invidie, in molti capiscono che la politica è un’altra cosa. E che forse quel mostro che metteva la bandana e che cantava con Apicella, tanto mostro non è. Anzi, oggi è uno dei pochi veri protagonisti del confronto, piaccia o non piaccia ciò che dice. Ad ammetterlo sono stati già gli storici avversari, dall’Economist a Le Monde, fino alla Merkel, la maggiore indiziata del golpe del 2011 che portò alla defenestrazione di Berlusconi.

Il giudizio di Achille Occhetto è importante, perché fu lui l’ultimo segretario del vecchio Partito comunista. Fu il traghettatore della svolta della Bolognina e il leader del Pds.  Ebbe il Cavaliere come avversario nel 1994, all’indomani della storica discesa in campo e mise in campo la “gioiosa macchina da guerra” che fu sconfitta proprio dal centrodestra. Nel libro Respubblica, uscito da poco in libreria per Castelvecchi, del giornalista e scrittore Giampiero Marrazzo, si fa un viaggio nella prima Repubblica attraverso interviste esclusive ad alcuni protagonisti di quella stagione, da Ciriaco De Mita a Paolo Cirino Pomicino. Achille Occhetto afferma, parlando proprio del ’94: «L’elemento che ha determinato la nostra sconfitta fu la capacità di Berlusconi di mettere insieme il populismo montante, determinato dalla rabbia suscitata da Mani Pulite, incarnato poi da due suoi alleati, Msi e la Lega». Usa il termine populismo a mo’ di giustificazione e di autoassoluzione. Dopo però definisce la strategia di Berlusconi come «un capolavoro politico». Non è tanto il termine capolavoro ad essere importante, quanto invece il termine politico. È qui che c’è la svolta e che si marca la differenza. Perché la politica deve tornare ad essere una cosa seria. Ben diversa dai vaffa grillini e da parlamentari che hanno parlato di Pinochet pensando che Pino fosse il nome e Chet il cognome.