Renzi-De Benedetti, quando la telefonata (intercettata) non è reato

Una telefonata – diceva una vecchia pubblicità – allunga la vita. Ma può anche rimpinguarti il portafogli se da un lato della cornetta c’è l’allora premier Matteo Renzi e, dall’altro, un rider del calibro di Carlo De Benedetti. Soprattutto se dopo i convenevoli di rito passano a parlare di banche e di un decreto del governo sulle Popolari e, guarda caso, quattro giorni dopo il provvedimento è bell’e approvato fruttando all’Ingegnere la bellezza di 600mila euro. Bruscolini, tutto sommato, per uno come lui. Ma non è finita, perché tra il filo diretto con Renzi e il successo dell’operazione in Borsa di telefonata ce n’è un’altra, questa volta con il broker Gianluca Bolengo, cui De Benedetti rivela di aver avuto rassicurazioni dal premier circa i tempi di approvazione del decreto. Decisamente troppo, anche per un organismo sonnacchioso come la Consob che dopo aver annotato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli segnala tutto alla Procura romana, che sua volta apre un’indagine per appurare se la condotta dei due configuri un caso di insider trading. Che cosa significa? Che nessuno può negoziare titoli di un’azienda sulla scorta di informazioni privilegiate ossia non di pubblico dominio. Chi lo fa commette un reato. Anche in Italia. O, meglio, lo commetterebbe. Perché molto poi dipende dall’identità del beneficiario della “soffiata” e dalla circostanza che egli appartenga o meno al mainstream politico-finanziario nazionale. Nel caso di specie, ad archiviare tutto sono stati gli stessi pm. Ovviamente, non disponiamo di alcun motivo per pensare a un trattamento di favore, ma ne abbiamo miliardi per opinare che con il Cavaliere al posto dell’Ingegnere almeno una proroga d’indagine ci sarebbe scappata. Ma va bene lo stesso. Senza l’archiviazione, infatti, i magistrati non avrebbero mai potuto portato all’attenzione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche il contenuto della conversazione tra De Benedetti e il suo broker. È vero che quella telefonata non ha allungato la vita della Commissione presieduta da Casini, ma è altrettanto vero che non mancherà di infiammare la campagna elettorale e a marcare in eterno il Pd come il partito delle banche. Non solo il Pd, per la verità. Già, perché quel decreto fu varato a Quirinale vacante: Napolitano non c’era più e Mattarella non c’era ancora. A controfirmare il provvedimento senza batter ciglio, anzi, come ricorda il deputato Daniele Capezzone, «nonostante i suggerimenti e le puntuali osservazioni di molti», è infatti il presidente del Senato Pietro Grasso. Lo stesso che ora fa il controcanto a Renzi in campagna elettorale: uniti dalle amicizie, divisi dalla politica. Capita.