Politiche di marzo, promemoria per la destra: gli errori da non commettere

Tra poco meno di 60 giorni conosceremo con esattezza i risultati elettorali delle prossime elezioni politiche del 4 marzo e il nome degli eletti, cioè tutto sarà ormai chiaro. Possiamo però fin da ora però prevedere, con ragionevole certezza, gli scenari politici che avremo davanti. Il centrodestra unito avrà avuto un ottimo risultato e, a seconda della consistenza, avrà la maggioranza assoluta, oppure quella relativa, e indicherà al capo dello Stato un nome o una rosa di possibili presidenti incaricati, o comunque potrà mettere il veto su proposte non gradite. Trattandosi di un margine o di una maggioranza comunque risicata, per via della nuova legge elettorale proporzionale, ci sarà la necessità di aggregare qualcun altro; prevedo che saranno subito a disposizione, sotto il segno della cosiddetta “responsabilità”, i centristi ora amici del Pd, che per ottenere qualche poltrona sono sempre disponibili, molto probabilmente qualche renziano in libera uscita o qualche grillino fuori controllo, che sicuramente ci saranno tra i nuovi eletti. E, per doloroso che sia, pur di formare un governo, qualche sacrificio si può fare. Un film già conosciuto e più volte visto, in entrambi i campi di gioco. Ma dopo le dolorose precedenti vicende del centro destra del ’94, del 2001 e soprattutto della penultima legislatura 2008-2013, conclusosi con il governo Monti, la Destra qualche linea guida, per non ricadere negli stessi errori e nelle stesse trappole, se la deve pur dare. Queste riflessioni risentono delle esperienze della mia doppia vita, di politico (consigliere comunale, regionale, deputato. componente del Cda dell’Università) e di medico nel servizio pubblico (assistente e poi aiuto della clinica psichiatrica dell’Università, primario e poi capo dipartimento delle dipendenze patologiche di una grande Asl), sempre tra discontinuità e interruzioni nei rispettivi percorsi, ma proprio per questo con l’opportunità di aver visto le vicende da angolazioni e prospettive molto diverse.

1. La prima trappola è non darsi subito degli obiettivi, anche limitati, ma chiari (leggi, decreti, progetti, opere pubbliche, scelte politiche di natura sociale e internazionale), da perseguire immediatamente. La politica è liquida e le condizioni mutano rapidamente, i tempi delle procedure e della burocrazia infiniti; dopo un po’, schiacciati dalla gestione quotidiana e dalle scadenze ineludibili che assorbono, saltano tutti i programmi elettorali. Solo il presidente Trump, che però manifesta atteggiamenti di disadattamento rispetto alla norma decisamente irrazionali, tiene dietro al suo timing, ma con danni di immagine evidenti.

2. Le nomine: generalmente sono fatte per gli amici del cerchio stretto. È un errore. Fini sprecò occasioni irripetibili in Rai, Poste, enti di Stato, organi centrali delle istituzioni, commissioni varie, dirigenti generali dei ministeri o funzionari dei gabinetti e delle segreterie, per nominare o sistemare suoi amici. La fedeltà o la riconoscenza non sono i soli criteri da considerare, anche se importanti: occorre aggiungere competenza, cultura, immagine, storia personale, equilibrio psicologico. Molti, catapultati in ruoli per i quali erano inadeguati, hanno fatto male al centrodestra, a noi e a se stessi, con gravi conseguenze. Facile perdere la lucidità in quelle posizioni, se non si ha una personalità preparata. Oppure altri sono passati senza lasciare traccia o facendo del bene solo a se stessi: anche questa non è stata una bella cosa. Bisogna scegliere tra persone che sappiano inserirsi, senza farsi coinvolgere troppo, con un mandato chiaro su ciò che devono fare, non un generico compito di partecipazione ad orecchio. E soprattutto gli altri devono percepire che non sono soli, ma hanno un collegamento organico ed il sostegno del movimento politico a cui appartengono.

3. Un caso a parte merita la nomina dei rappresentanti nei collegi sindacali dei grandi enti e società dello Stato o delle partecipate, fino ad oggi sottovalutati. Questi incarichi sono stati percepiti come luoghi ove piazzare qualche commercialista amico. Grave errore. Sono strategici. Perché un consigliere di un Cda da solo poco conta, mentre un revisore adeguato, con una semplice segnalazione agli organi competenti blocca un bilancio o, con un esposto, la svendita opaca di un asset dello Stato o un’operazione poco trasparente di cessione, acquisizione o commessa. Nei grandi asset economici si gioca attualmente la sovranità nazionale degli Stati. Recentemente siamo stati a lungo sotto attacco della Germania, soprattutto nel settore bancario; ora scontiamo l’aggressività della Francia di Macron nell’acquisizione di aziende e comparti strategici della nostra economia, dalle comunicazioni alle assicurazioni all’alimentare.

4. Va istituita una sorta di cabina di regia politica con un relativo, inflessibile, Comitato di controllo. Non voglio apparire un “neomarxista” in ritardo, ma ci sono stati troppi “incidenti” per lasciare le cose al caso. Non possiamo più permettercelo!

5. Dobbiamo comunicare le nostre decisioni, ed i fatti poi conseguenti (non la catastrofica politica degli annunci senza fatti, come Renzi), con un’intelligente attività di informazione, anche intermediata, di ciò che accade.

6. Il consenso e la nostra crescita politica va costruita allargando la cerchia dei coinvolti, privilegiando il reclutamento tra le categorie e le fasce sociali, piuttosto che con accordi di vertice, poiché questi sono sempre effimeri e soggetti agli scenari in movimento. Vanno perciò costituiti gruppi di lavoro con responsabili che seguono le attività del Governo per aree e lo tallonino continuamente in collegamento con i nostri dipartimenti, offrendo una rete di discussione e di contatto con tutta la società, anche quella delle associazioni, dei sindacati, delle categorie economiche, dei portatori di interessi legittimi o anche particolari, che una volta trovavano attenzione nei partiti tradizionali ed oggi non hanno più interlocutori politici e sfogano la loro rabbia sui social.

7. Ci manca una rivista politica (quindicinale? mensile?) di riflessione, di dibattito, di proposta, che coaguli un gruppo di pensatori, intellettuali, scienziati (uomini di scienza), professori universitari, professionisti, sindacalisti, imprenditori, economisti, uomini di impresa, per elaborare un progetto politico, per il presente e per il futuro. Una politica senza cultura è solo gestione del presente senza prospettive di lungo periodo. Prepariamoci in profondità per il 5 marzo, il giorno dopo il risultato elettorale.