Paragone l’ingrato: voleva “Bossi senatore a vita”, ora lo sfida da grillino…

«Sono grato a Bossi che mi ha permesso di fare una bella esperienza professionale, lasciandomi lavorare in serenità», disse Gianluca Paragone il 20 dicembre del 2006, assumendo l’incarico di vicedirettore di Libero. Grato allora, “core n’grato”, per dirla alla napoletana, oggi.

Il giornalista, che nell’imminenza delle elezioni ha sposato la causa grillina, per uno strano scherzo del destino (o di Beppe Grillo, molto più probabilmente) dopo aver accettato la candidatura con i Cinquestelle, si ritroverà a sfidare proprio l’anziano leader leghista nel collegio di Varese. Da leghista militante, Paragone negli anni s’è emancipato dal ruolo di giormalista di parte (e di centrodestra) per convergere, alla fine, sulle sponde grilline, fino ad accettare di svolgere il ruolo di “pensionatore” politico del suo antico pigmalione, quell’Umberto Bossi che lo volle alla direzione della Padania e al quale Paragone propose “un piano editoriale che è subito piaciuto al senatur”. In uno dei suoi primi editoriali da direttore, Paragone lanciò la proposta di Bossi senatore a vita, lanciando l’appello all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendogli di «dare un segnale forte e coraggioso in nome di quello spirito unitario e bipartisan che lui dice di interpretare».
L’allora direttore della Padania spiegava così i motivi della nomina del leader del Carroccio senatore a vita. «In primo luogo perché Bossi è un politico di razza, una testa politica fine e acuta», poi ha avuto il merito di afferrare il federalismo dal mondo delle idee e di averlo portato nelle piazze». «Prima che il Senatur – scrisse Paragone – irrompesse con il suo linguaggio e le sue provocazioni, il federalismo era roba da accademia, da libri di scienza della politica. (…) “Padroni a casa nostra” era lo slogan che valeva cento manuali di teoria». Ecco perché – disse l’attuale candidato grillino – “se la Politica ha ancora un’oggettività deve riconoscere a Umberto Bossi quello che gli spetta, non è un titolo di nobiltà politica, per carità, è solo un simbolo e in politica i simboli contano”.

Quel simbolo nel quale, oggi, da grillino, Paragone non si riconosce più, evidentemente: «Con questa squadra sarà un piacere lavorare – ha detto a Di Maio due giorni fa – mi hai affidato un compito difficile Luigi, predicare nella tana del lupo, in quel centrodestra che si ritiene ormai padrone del territorio, con una certa nostalgia ed emozione mi ritroverò con Umberto Bossi, quella Lega, quel centrodestra che avrebbe dovuto cambiare le istituzioni, utilizzano le istituzioni come un bancomat». Ma come? I leghisti da simboli a bancomat?