È morto il sor Domenico, comunista vero, nauseato da D’Alema, Renzi & C.

Pochi giorni fa, alla fine dell’anno, se ne è andato il sor Domenico, a 79 anni. Una polmonite fulminante complicata da un blocco renale ce lo ha portato via in pochi giorni. Ma chi era il sor Domenico, e perché dovrebbe meritare un epitaffio su un giornale? E poi, proprio sul Secolo d’Italia, lui che era un comunista autentico, duro e puro, frequentatore assiduo della sezione del Partito Comunista Italiano di Monteverde a Roma? Il sor Domenico non era un parlamentare, né un consigliere regionale o comunale, non era uno scrittore né un intellettuale, non faceva opinione, non frequentava i salotti radical-chic. Il sor Domenico era un muratore, ha fatto questo mestiere per tutta la vita. E allora? Perché questo interesse per lui? È presto detto, perché il sor Domenico, all’anagrafe Domenico Bartolomei, era un italiano come gli italiani dovrebbero essere. Dopo il servizio militare nei bersaglieri, ruolo svolto orgogliosamente, il sor Domenico, siccome non aveva avuto la possibilità di studiare, andò a lavorare nei cantieri, ed era dura, molto più dura di adesso. La sicurezza quasi non si sapeva cos’era, e se volevi lavorare dovevi stare zitto. E lui stava zitto, anche perché era un tipo piuttosto silenzioso. Fu in questa realtà, la Roma degli anni Sessanta e Settanta, che probabilmente il sor Domenico maturò la sua coscienza politica: vedeva le ingiustizie dei padroni, la prepotenza dei ricchi, la corruzione del sistema di governo, e aderì a quello che riteneva essere il partito della giustizia sociale, il Pci di Enrico Berlinguer. Allora abitava a Monteverde, dove la moglie mandava avanti una piccola lavanderia, e dove c’era una delle quattro potenti subfederazioni del Pci, in via Donna Olimpia. Era una sezione molto forte, dove sono passati Pasolini, De Gregori, che abitavano in zona, e dove era tesserato Alessandro Natta, a cui proprio il sor Domenico, addetto al tesseramento, consegnò la tessera. Lo definiva l’ultimo grande segretario del Pci. Tutti i giorni il sor Domenico dopo il lavoro andava in sezione, e faceva quello che c’era da fare; in silenzio, con costanza, marmoreo nella sua fede politica. Aveva due bambine, il sor Domenico, e la sua vita si svolgeva tra cantiere e sezione, e la domenica, dopo aver venduto l’Unità per strada, guardava la sua amatissima Lazio. In casa parlava di politica, ma senza acrimonia o aggressività, pacatamente, spiegava le cose e il suo punto di vista. Il sor Domenico era il comunista più dialogante che abbia mai conosciuto. Sì, perché i nostri destini si incrociarono quando, conoscendo una delle figlie, lo interpellati per il mio libro sugli anni Settanta a Roma, e fu allora che mi raccontò molte cose di quegli anni. Incredibilmente, aveva conosciuto Carlo Carocci, il nostri esponente missino nel quartiere, consigliere circoscrizionale prima col Msi e poi con Alleanza nazionale, con la quale si candidò anche a presidente del municipio, non riuscendo ovviamente a vincere ma ottenendo moltissimi voti personali. Le cose andarono così: una mattina Carlo era in piazza Rosolino Pilo a distribuire materiale elettorale, e il sor Domenico lo avvicinò e si mise a parlare con lui, senza dirgli che era un attivista del Pci. A farla breve, diventarono amici e spesso scambiavano quattro chiacchiere sulla politica. Era fato così, il sor Domenico, aperto alle idee degli altri, e quando non era d’accordo te lo diceva ma sempre con toni misurati. Certo, non condivideva lo stalinismo e la dittatura sovietica o cinese, alle quali magari neanche credeva più di tanto. Sappiamo come erano i militanti comunisti di allora, ma viva la faccia: non era neanche immaginabile contestare o criticare il partito e le sue iniziative, figuriamoci poi farlo pubblicamente, e da parte di esponenti prestigiosi dello stesso partito. Esisteva qualcosa che si chiamava disciplina, gerarchia di partito, l’anarchia non era prevista. C’era il dibattito ma poi, presa la devisione, si andava tutti nella stessa direzione, e questo valeva per i partiti a forte connotazione ideologica, come appunto il Pci e lo stesso Msi. Quello che hanno fatto D’Alema e Bersani e altri in occasione dello scorso referendum costituzionale, era un sacrilegio: andare contro il partito, il segretario del partito, facendo addirittura propaganda contro. Roba da andare diritti in Siberia. E questa metamorfosi del Pci, iniziata con Occhetto, fu probabilmente il più grande dolore nella vita politica del sor Domenico, e non solo della sua, vedere che tutti gli ideali, i valori, le speranze nutriti per decenni, si stemperavano e si annacquavano al sole di una nuova e più moderna politica, di compromesso e peggio. Fu in quegli anni che il sor Domenico smise si andare in sezione e non fece più politica: con la morte nel cuore, amareggiato, non capiva più i suoi compagni e quelli che dirigevano questi nuovi movimenti socialdemocratici che avevano preso il posto del suo Pci. E lo possiamo ben capire. Andato in pensione, la domenica andava a piedi dal giornalaio, comprova il Messaggero, il suo giornale da una vita, e leggeva la politica e lo sport, ma non ne parlava più. La storia del sor Domenico è emblematica di una o più generazioni, che hanno visto tradite le loro aspettative, quel sol dell’avvenire che non sorse mai, perché il sistema aveva affascinato e irretito persino i duri e puri del Pci. Meritava un ricordo sul giornale, su questo giornale, il sor Domenico? Sì, perché ai suoi funerali non c’era neanche una persona di quel partito che lui aveva così fedelmente servito, con onestà e sacrificio, per decenni: c’erano invece, oltre ai parenti, due neofascisti affezionati, a uno dei quali il sor Domenico mandava dei soldi, quello che poteva, quando era nelle patrie galere.La linea di un partito si può sempre cambiare, per carità sarebbe ottuso non farlo: ma il cuore e l’anima no. E la parabola terrena del sor Domenico è il paradigma di un’involversi di un costume politico che ha fatto la fine che ha fatto. Morì amareggiato da questo, ma neanche negli ultimi tempi parlava mai apertamente contro il partito. Perché il partito è il partito, e la coerenza è coerenza.