Maroni, tutti i retroscena sull’accordo “segreto” con Berlusconi

Tutti si interrogano sul futuro ruolo di Bobo Maroni.«Resterà alla finestra a guardare?». «Arriverà a Roma?». «Sarà l’uomo di Berlusconi a Palazzo Chigi?». «Maroni è l’asso nella manica di Berlusconi?». E sono proprio queste ultime domande a creare tensione all’interno della Lega, e soprattutto con Matteo Salvini. Le dichiarazioni ufficiali non lasciano trapelare ipotesi di accordi di nessun genere: Maroni sornione glissa e Berlusconi nega. Ma i rumors vanno in tutt’altra direzione. Sui giornali la domanda “si candida o non si candida…” è il tema del giorno. E come si legge sul Foglio potrebbe essere più di un’ipotesi. Maroni è stato tre volte ministro. Il tratto personale non è da sottovalutare nelle “scelte personali”: «Economicamente ci perderò», disse quando arrivò in Parlamento  nel 1992. «Posso guadagnare di più senza la responsabilità ricoperte finora», ha detto domenica quando ha annunciato di lasciare il Pirellone. «Io premier? Berlusconi non l’ha detto: Magari l’ha pensato…», diceva ieri. Dunque si candida, ma a che cosa? Ci sono una serie di condizioni, ipotizza il Foglio, perché la non candidatura-candidatura di Maroni abbia successo: cioè che lui faccia il premier. Ci vuole che il centrodestra vinca bene. Occorre trovare la quadra sul programma: flat tax, Fornero e sui collegi. E serve che FI vinca bene all’interno del centrodestra. In questo caso il nome di Salvini candidato premier sarebbe archiviato e Maroni sarebbe uno dei candidati più proponibili del centrodestra. La seconda opzione  è quella della grande coalizione, con tutte le gambe che Mattarella riuscirà a mettere in piedi. A quel punto, si legge ancora sul Foglio,  ci sarebbe la resa dei conti, soprattutto all’interno della Lega. Ed è improbabile che Salvini entrerebbe in un governo di larghe intese. Ma Maroni potrebbe essere il collante, potrebbe riuscire a tenere tutti insieme. A quel punto Berlusconi sarebbe riuscito a  a ricostituzionalizzare la Lega, come accadde nel ’94.  E sarebbe un altro colpo da maestro del Cavaliere.

Belpietro: «Maroni ha le carte di regola per diventare il premier»

A credere che dietro all’abbandono del Pirellone ci sia un accordo con Berlusconi è anche Maurizio Belpietro, secondo il quale l’attuale presidente lombardo ha le carte in regola per fare il presidente del Consiglio. Il Cavaliere, si legge su La Verità, lo conosce dal 1994 e lo ha avuto come ministro.  In più il governatore non è un salviniano. Tra il Maroni e Salvini non corre buon sangue e questo aspetto per il Cavaliere potrebbe essere un valore aggiunto. Avere un leghista a Palazzo Chigi che non obbedisce alla Lega, per forza Italia, scrive Belpietro, sarebbe il massimo. E Salvini potrebbere non essere nelle condizioni di poter dire di no.

Campi: «Maroni può stare in qualunque governo di coalizione»

E anche Alessandro Campi sul Mattino, ammette: niente da fare, il più scaltro, svelto, spregiudicato e politicamente intelligente resta sempre lui, il Cavaliere. Il professore dell’università di Perugia osserva che fatto l’accordo nel centrodestra, è stato trovato l’inganno per il futuro governo, che visti i sondaggi vedranno la coalizione berlusconiana giocare un ruolo a dir poco dirimente. Non potendo comandare lui, il Cavaliere ha gettato nella mischia il leghista che invece saprà e potrà governare col suo accordo e la sua benedizione. Di sicuro, scrive ancora Campi,  la mossa di ieri, più che con il segretario del suo partito, in omaggio allo spirito gerarchico-leninista che ha sempre caratterizzato la Lega dalle origini (come lo stesso Maroni va voluto ricordare) è stata concordata – e non da oggi – con Silvio Berlusconi. L’operazione sembra chiara. Maroni è il leghista che può tornare utile nel caso di trattative con la sinistra moderata o riformista. È il leghista che potrebbe stare (magari col placet concesso obtorto collo da Salvini giusto per salvare la faccia) in qualunque governo di coalizione, senza che si possa gridare – nemmeno a sinistra – allo scandalo o al cedimento a chissà quale estremismo. È infine, conclude Campi, nella più rosea delle previsioni, un capo dell’esecutivo che potrebbe tenere ben unite tutte le componenti del centrodestra nel caso quest’ultimo riuscisse nel miracolo di conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento.