È lite Amnesty-Unhcr sul rimpatrio dei Rohingya in Birmania: “Prematuro”

Il Bangladesh e il Myanmar hanno raggiunto un accordo sul rimpatrio entro due anni dei 650.000 rifugiati Rohingya scappati dallo stato di Rakhine dopo la violenta repressione dell’esercito birmano la scorsa estate. Lo hanno annunciato le autorità di Dacca. I due Paesi hanno iniziato a discutere le modalità per l’attuazione di un accordo di rimpatrio dei Rohingya, musulmani apolidi, firmato a novembre dell’anno scorso. La dichiarazione del ministero degli Esteri del Bangladesh non dice quando inizierà il processo, ma conferma che i rifugiati rimpatriati saranno stati temporaneamente ospitati nel campo di Hla Po Khaung, attualmente in costruzione, dopo essere stati registrati in uno dei due centri di rimpatrio. L’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, ha posto l’attenzione sull’incontro del gruppo di lavoro congiunto sui ritorni volontari, tra il governo del Bangladesh e quello del Myanmar, che si è tenuto a Naypiydaw in Myanmar. Stando a quanto riferito, il tema dell’incontro è stata l’implementazione dell’accordo firmato il 23 novembre 2017 sul ritorno dei rifugiati che dal 25 agosto sono arrivati in Bangladesh, in fuga dallo Stato di Rakhine. L’Unhcr sottolinea l’importanza del dialogo tra i due Stati, al centro del quale si colloca il diritto dei rifugiati di tornare volontariamente alle loro case. Per garantire che i rifugiati siano ascoltati e sia garantita loro protezione in Bangladesh e al loro ritorno in Myanmar, l’Unhcr si rende disponibile a prendere parte alla discussione. Molte sfide sono ancora da affrontare, tra cui la necessità di assicurare che i rifugiati siano informati della situazione nelle aree d’origine e sul loro eventuale ritorno; che siano ascoltati i loro desideri, garantita la loro sicurezza in tutto il percorso nelle fasi di partenza, transito e ritorno e che la situazione nelle aree di ritorno sia favorevole a ritorni sicuri e sostenibili. Ma Amnesty International non è affatto d’accordo: ”Col ricordo ancora fresco degli stupri, delle uccisioni e delle torture nella mente dei rifugiati rohingya, pianificare il loro rientro in Myanmar suona prematuro in maniera allarmante. L’annuncio è stato fatto senza consultare i rohingya e non contiene alcuna rassicurazione che le persone potranno rientrare di loro volontà”. Lo afferma James Gomez, Direttore regionale di Amnesty International per l’Asia sudorientale e il Pacifico, dopo l’annuncio del ministero degli Esteri del Bangladesh sull’intenzione di rimpatriare tutti i rifugiati rohingya entro due anni. ”L’ultima campagna di violenza contro i rohingya è stata preceduta da anni di profonda discriminazione per la maggior parte dei 650.000 rifugiati che hanno lasciato Myanmar lo scorso anno. Essere rimpatriati in un arco di tempo così breve – sostiene – sarebbe una prospettiva terrificante. Non c’è alcuna ragione, date le politiche di diniego dei diritti umani attuate contro i rohingya, di sperare che al loro ritorno sarebbero protetti o che non sussisterebbero le ragioni per una nuova fuga”. ”I rohingya hanno il pieno diritto di tornare e risiedere in Myanmar ma non dev’esserci fretta nel farli rientrare in un sistema di apartheid. Ogni ritorno forzato costituirebbe una violazione del diritto internazionale”.