“Kamikaze”, “migranti”, “ribelli”: l’ignoranza crassa di certi giornalisti

giovedì 11 gennaio 18:57 - DI Antonio Pannullo

Hai un bel dire che “ormai sono entrate nel lessico quotidiano”, che “la gente si è abituata”: quando un termine è inesatto, è inesatto. E a volte può essere fuorviante e persino offensivo. E i giornalisti, che dovrebbero farsi un dovere di dare informazioni corrette e oneste, spesso sono proprio i primi a lasciarsi travolgere dalla pigrizia accompagnata dall’ignoranza più crassa. Pur di non sforzarsi a cercare un termine più calzante, un termine esatto, scambiano il terrorista suicida con un kamikaze, tanto è più facile, “lo dicono tutti” è la loro scusa preferita. Cari colleghi ignoranti e pigri, quando non peggio, come si fa a scambiare i kamikaze giapponesi, eroi della patria, che colpivano l’esercito nemico a prezzo della loro vita, mediante un rituale tanto sacro quanto complesso, con dei drogati fanatici estremisti, non militari, che si fanno esplodere in un fast food con donne e bambini? Oppure che sparano su persone inermi e disarmate oppure che investono con autoveicoli famigliole che passeggiano per i mercatini di Natale? Confonderli è un crimine morale, oltre che un atteggiamento poco professionale e cialtrone.

Stesso discorso per i “migranti”: quanto ci piace questo termine, che evoca la Fuga dall’Egitto, Mosè che spartisce le acque, quanto ci piace dire che i “migranti” sono affogati e che è una tragedia umanitaria… Linguaggio da chiesa pelosa e da sinistroidi impressionabili: le tragedie potrebbero essere evitate se i “migranti” restassero dove sono, perché se decidono di venire è perché qualcuno promette loro il paradiso, il benessere, il paese del Bengodi. La responsabilità delle morti in mare è solo di chi attira questi disperati a intraprendere l’avventura, perché sa che sulla loro pelle guadagnerà soldi. Questo è il vero crimine. E poi, a rigor di terminologia giudiziaria, costoro non sono “migranti”, ma clandestini, ed è questo il termine che va correttamente usato. E che lo dicano tutti, in questo caso non è ignoranza, ma scelta politica, perché si nega il reato che questa gente commette: entrare in un Paese straniero senza documenti e illegalmente. Proviamo a farlo noi in qualsiasi Paese del mondo e vediamo che ci rispondono. Chiamare “migranti” questi clandestini è una scelta di campo, e vedere che lo fanno persino giornali che dovrebbero essere per il controllo e la gestione dell’immigrazione, è la misura dell’inadeguatezza professionale dei giornalisti e dei loro direttori. Che lo faccia la Rai è comprensibile, schierata politicamente com’è con il governo che è artefice di questa immane tragedia alle spalle del popolo italiano, ma che lo facciano anche coloro che questo governo criticano – solo a parole – è incomprensibile.

Veniamo ai “ribelli”. Spesso i mass media italiani definiscono “ribelli” i terroristi dell’Isis. “Ribelle” è una bella parola, un bel termine: “ribelle” era James Dean, “ribelli” sono quelli che si battono contro il potere, che bravi i ribelli scapigliati. Si cominciò chiamando “ribelli” i mercenari islamici che tentarono il colpo di Stato armato contro il legittimo presidente siriano Bashar al Assad, perché secondo la nostra stampa – stavolta asservita e non ignorante – Assad era il dittatore (chissà poi perché) e i terroristi islamici erano quelli che combattevano per la libertà. Oggi sappiamo che non è così, ma per anni i giornali hanno fatto da fiancheggiatori ai tagliagole terroristi dell’Isis con le loro benevole definizioni quando non addirittura prese di parte.

Cari colleghi, stiamo attenti ai termini che usiamo, perché grande è la responsabilità sulle nostre spalle: si può scambiare un assassino con un combattente per la libertà eo un invasore che ci odia con un profugo perseguitato, o un uccisore di donne e bambini con un eroico soldato dell’Impero giapponese. Chi conosce la storia e la realtà ci giudicherà e giudicherà le nostre azioni, volontarie o involontarie: con la penna si può fare altrettanto male che con la spada.

Commenti

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  • Stefano Berti 12 gennaio 2018

    Grazie infinite per questo articolo! Finalmente qualcuno che chiede di usare le parole per il loro giusto significato, ora auspico che anche il Secolo corregga il tiro nei propri articoli. Se posso permettermi vorrei anche aggiungere il consiglio di non boldrinizzarsi: il sindaco è il sindaco, che sia maschio o femmina, poi c’è il presidente, che se proprio vogliamo femminilizzarlo diventa la presidentessa ecc…