“Kamikaze”, “migranti”, “ribelli”: l’ignoranza crassa di certi giornalisti

Hai un bel dire che “ormai sono entrate nel lessico quotidiano”, che “la gente si è abituata”: quando un termine è inesatto, è inesatto. E a volte può essere fuorviante e persino offensivo. E i giornalisti, che dovrebbero farsi un dovere di dare informazioni corrette e oneste, spesso sono proprio i primi a lasciarsi travolgere dalla pigrizia accompagnata dall’ignoranza più crassa. Pur di non sforzarsi a cercare un termine più calzante, un termine esatto, scambiano il terrorista suicida con un kamikaze, tanto è più facile, “lo dicono tutti” è la loro scusa preferita. Cari colleghi ignoranti e pigri, quando non peggio, come si fa a scambiare i kamikaze giapponesi, eroi della patria, che colpivano l’esercito nemico a prezzo della loro vita, mediante un rituale tanto sacro quanto complesso, con dei drogati fanatici estremisti, non militari, che si fanno esplodere in un fast food con donne e bambini? Oppure che sparano su persone inermi e disarmate oppure che investono con autoveicoli famigliole che passeggiano per i mercatini di Natale? Confonderli è un crimine morale, oltre che un atteggiamento poco professionale e cialtrone.

Stesso discorso per i “migranti”: quanto ci piace questo termine, che evoca la Fuga dall’Egitto, Mosè che spartisce le acque, quanto ci piace dire che i “migranti” sono affogati e che è una tragedia umanitaria… Linguaggio da chiesa pelosa e da sinistroidi impressionabili: le tragedie potrebbero essere evitate se i “migranti” restassero dove sono, perché se decidono di venire è perché qualcuno promette loro il paradiso, il benessere, il paese del Bengodi. La responsabilità delle morti in mare è solo di chi attira questi disperati a intraprendere l’avventura, perché sa che sulla loro pelle guadagnerà soldi. Questo è il vero crimine. E poi, a rigor di terminologia giudiziaria, costoro non sono “migranti”, ma clandestini, ed è questo il termine che va correttamente usato. E che lo dicano tutti, in questo caso non è ignoranza, ma scelta politica, perché si nega il reato che questa gente commette: entrare in un Paese straniero senza documenti e illegalmente. Proviamo a farlo noi in qualsiasi Paese del mondo e vediamo che ci rispondono. Chiamare “migranti” questi clandestini è una scelta di campo, e vedere che lo fanno persino giornali che dovrebbero essere per il controllo e la gestione dell’immigrazione, è la misura dell’inadeguatezza professionale dei giornalisti e dei loro direttori. Che lo faccia la Rai è comprensibile, schierata politicamente com’è con il governo che è artefice di questa immane tragedia alle spalle del popolo italiano, ma che lo facciano anche coloro che questo governo criticano – solo a parole – è incomprensibile.

Veniamo ai “ribelli”. Spesso i mass media italiani definiscono “ribelli” i terroristi dell’Isis. “Ribelle” è una bella parola, un bel termine: “ribelle” era James Dean, “ribelli” sono quelli che si battono contro il potere, che bravi i ribelli scapigliati. Si cominciò chiamando “ribelli” i mercenari islamici che tentarono il colpo di Stato armato contro il legittimo presidente siriano Bashar al Assad, perché secondo la nostra stampa – stavolta asservita e non ignorante – Assad era il dittatore (chissà poi perché) e i terroristi islamici erano quelli che combattevano per la libertà. Oggi sappiamo che non è così, ma per anni i giornali hanno fatto da fiancheggiatori ai tagliagole terroristi dell’Isis con le loro benevole definizioni quando non addirittura prese di parte.

Cari colleghi, stiamo attenti ai termini che usiamo, perché grande è la responsabilità sulle nostre spalle: si può scambiare un assassino con un combattente per la libertà eo un invasore che ci odia con un profugo perseguitato, o un uccisore di donne e bambini con un eroico soldato dell’Impero giapponese. Chi conosce la storia e la realtà ci giudicherà e giudicherà le nostre azioni, volontarie o involontarie: con la penna si può fare altrettanto male che con la spada.