Gandhi, dopo 70 anni spunta anche una spy-story: chi sparò al Mahatma?

L’omicidio di “Mahatma” Gandhi il 30 gennaio del 1948 a Nuova Delhi, da parte dell’estremista indù Nathuram Godse, è uno dei gesti che ha colpito profondamente l’immaginario dell’Occidente, malgrado si fosse abituati  agli omicidi dei leader politici, da Giulio Cesare a Lincoln a Kennedy. E anche in India la pratica è sempre stata diffusa: Gandhi aveva subìto almeno sei tentativi di omicidio prima del 30 gennaio 1948, e anche dopo nella stessa India si assisté a gesti analoghi: da Indhira Gandhi a Raijiv Gandhi, per citare solo i due casi più famosi. Ma quello di Gandhi fu quello che colpì profondamente le coscienze perché il Mahatma era l’apostolo della non violenza, il teoreta della pace e delle resistenza passiva, l’uomo più lontano dall’aggressività che si possa immaginare. E fu ucciso con tre colpi di pistola sparati a bruciapelo, anche se c’è chi dice con quattro, e non dalla stessa persona. Gandhi, politico, avvocato, filosofo, è unanimemente riconosciuto come il Padre della Patria indiana (il 2 ottobre, giorno della sua nascita, è festa nazionale), colui che dette all’India l’indipendenza dagli inglesi, ed è personaggio troppo noto perché se ne debba qui ricostruire la biografia. Su di lui sono stati scritti libri, articoli, trattati, realizzati film e documentari, la sua disciplina è stata presa a esempio da correnti filosofiche, movimenti giovanili, persino partiti politici, come i nostri radicali. Fu la persona che da solo, esile e gracile, riuscì a sconfiggere l’impero più potente di tutti i tempi, e senza mai imbracciare un’arma. Ma da un’arma fu ucciso, italiana,m tra parentesi, e proprio da un esponente della sua stessa religione. Sono le molte contraddizioni del subcontinente indiano, una realtà troppo complessa e difficile per noi occidentali.

70 anni dopo spunta anche una spy-story

Talmente complessa che oggi, nel giorno del 70mo anniversario del suo omicidio, il governo indiano non ha previsto alcun tipo di commemorazione ufficiale, e neanche i partiti e i movimento che a lui si richiamano in tutto il mondo sembrano volerlo ricordare. Questo è molto strano, perché le sue frasi e i suoi motti sono riportate un po’ ovunque, molto più del libretto di Mao e almeno quanto gli insegnamenti di Gesù, cui spesso è stato paragonato. In realtà la politica condizione anche le celebrazioni, in India più che altrove. L’anno prossimo, il 2019, sarà invece celebrata in tutta l’India il 150° anniversario della nascita del Mahatama (nato il 2 ottobre 1869), e questo perché nel 2019 ci saranno le elezioni politiche, nelle quali il premier Narendra Modi spera di essere riconfermato. Quale che sia il motivo di questa contorta commemorazione, quello che è certo è che oggi l’India, sociale e politica, è lontana più che mai dalle posizioni del Mahatma, per quanto all’epoca condivise e propugnate. La disparità tra ricchi e poveri e tra le classi sociali si è ulteriormente allargata, e la proposta di Gandhi seocondo la quale tutti gli indiani avrebbero dovuto accettare di guadagnare tutti di meno perché ciò avrebbe eliminato le disparità sociali, è caduta nel dimenticatoio, come un fastidioso grillo parlante. L’India, da fucina della spiritualità e delle religioni, è entrata decisamente nel capitalismo, e la sua è una di quelle corse che non si possono fermare. Probabilmente è per questo che molti, anche in india, considerano gli insegnamenti di Gandhi come pura e semplice retorica, e che poi anche il suo ruolo nella conquista dell’indipendenza è stato favorito da altri fattori contingenti più che dalla predicazione del Mahatma. L’impero sarebbe comunque crollato, sostengono in molti, Gandhi o non Gandhi. Il motivo per cui fu ucciso, comunque, è legato alle responsabilità che il Mahatma avrebbe avuto nelle troppe concessioni ai musulmani: tra le due religioni infatti vi erano state atrocità e massacri indicibili, più da parte degli indù verso i musulmani che non il contrario. Non solo in Europa, insomma, vi furono violenze dovute all’intolleranza di ogni tipo, è solo che non sono conosciute abbastanza. C’è poi anche una specie di spy-story, riguardo al suo assassinio, esattamente come è accaduto per John Kennedy: a quanto ripostarono alcuni giornali indiano un paio di mesi fa, un’organizzazione induista, la “Abhinav Bharat”, ha presentato un’istanza alla Corte Suprema indiana sostenendo che Gandhi non fu ucciso dalle tre pallottole della beretta di Godse, ma da una quarta pallottola partita da un agente dei servizi britannici, appartenente a una non meglio identificata “Force 136”, nell’ambito di un complotto organizzato dall’ex potenza coloniale. Fantasia o realtà? Dietrologia obbligatoria che accompagna ogni crimine spettacolare a danno di personaggi famosi? Non si sa ancora, ma la Corte Suprema esaminerà l’istanza il mese prossimo. Staremo a vedere, ma la vicenda di Gandhi ci insegna a essere disincantati non solo verso ogni profeta ma anche rispetto alla presunta “bontà” del genere umano.