Omicidio Fragalà, in aula il pentito Chiarello e la moglie: così lo hanno ucciso

E’ il giorno del pentito di mafia Francesco Chiarello e della moglie Rosalia Luisi al processo, in corso davanti alla prima Sezione della Corte di Assise di Palermo, per l’omicidio di Enzo Fragalà, celebre penalista , docente universitario e parlamentare di Alleanza Nazionale, ferito a morte a bastonate dalle cosche il 23 febbraio 2010 e deceduto il 26 febbraio, dopo tre giorni di agonia, all’ospedale civico di Palermo, dov’era ricoverato, in seguito alle gravi ferite riportate nell’aggressione.

Trentotto anni, una moglie, Rosalia Luisi, che ora è sotto protezione e che ha convinto il mafioso a collaborare con i magistrati arrivando a rimproverarlo, durante un concitato colloquio in carcere, per aver inizialmente taciuto alcuni particolari alla Procura, Chiarello viene arrestato nel luglio del 2011 insieme ad altre persone con l’accusa di gestire il libro mastro del racket delle estorsioni per conto della cosca di Borgo Vecchio che è sotto il mandamento mafioso di Porta Nuova.

Chiarello si fa 4 anni di carcere prima di decidersi a parlare e ad iniziare a collaborare con i magistrati palermitani. Nell’aprile del 2015 inizia a parlare e a raccontare i segreti delle cosche, le estorsioni ai commercianti e agli imprenditori, i rapporti fra i clan, le aggressioni, gli omicidi. E, in particolare, quello del penalista Enzo Fragalà “punito” da Cosa Nostra per aver convinto alcuni suoi clienti ad aprirsi ai magistrati. Un gesto imperdonabile nella logica omertosa della mafia.

Il 13 maggio del 2015, Chiarello descrive come e da chi fu deciso di “dare una lezione” al penalista palermitano le cui strategie difensive minavano gravemente Cosa Nostra mettendone in discussione le storiche regole di reticenza e di impenetrabilità. Poi a giugno viene interrogato nuovamente. E così il 1 ottobre del 2015 quando consegna ai magistrati un manoscritto di otto pagine andando a completare il quadro che gli investigatori hanno delineato.

Nascosto dietro a un paravento, seduto di fronte ai giudici della prima Sezione, oggi nell’aula bunker del carcere Pagliarelli, Chiarello ha ripercorso per 7 ore e mezza, incalzato dai pm Francesca Mazzocco e Caterina Malagòli, le sue dichiarazioni verbalizzate di fronte ai magistrati della Procura di Palermo che indagano sull’omicidio di Enzo Fragalà.

«Il giorno stesso in cui fu aggredito Fragalà – esordisce Chiarello nel suo memoriale scritto a mano, in stampatello, datato e consegnato ai magistrati che hanno, poi, riscontrato le sue dichiarazioni grazie all’attività investigativa dei carabinieri e anche alle intercettazioni audio-video attivate all’epoca dalla squadra Catturandi della polizia di Stato – vennero a casa mia, in via di Collegio di Maria 39, alle ore 15,30, Arcuri, Ingrassia e Auteri…». Auteri è l’unico che si è salvato, insieme al mandante dell’agguato, il boss di Porta Nuova Gregorio Di Giovanni, dalla “chiamata” di Chiarello. Auteri girava senza cellulare e non lo hanno potuto intercettare né seguire nei suoi spostamenti, come, invece, è accaduto a tutti gli altri imputati “pedinati” grazie alle tracce informatiche lasciate sulle celle telefoniche di Palermo.

Francesco Arcuri va lì, dunque, all’appuntamento con gli altri, in nome e per conto del boss di Porta Nuova Gregorio Di Giovanni che chiede di dare una “lezione” a Fragalà. «Arcuri iniziò a parlare – ricorda Chiarello mettendolo nero su bianco nella sua memoria scritta – e disse a Ingrassia (Salvatore Ingrassia che le telecamere riprendono mentre passa in via Nicolò Turrisi, sul luogo del delitto, poco prima e poco dopo l’aggressione a Fragalà, assieme a un altro coimputato, Antonino Siracusa, ndr) che gli servivano quattro ragazzi per andare a picchiare, con colpi di legno nelle gambe una persona…».

La cosa doveva essere fatta «a tutti i costi la sera stessa poiché Gregorio Di Giovanni, capo mandamento di Porta Nuova, faceva come un pazzo».  La “punizione”, Fragalà «se la meritava perché era un cornuto e sbirro che doveva parlare poco», spiegò Arcuri al gruppetto aggiungendo di «non prendere gli averi di questa persona perché avrebbe dovuto capire che non si trattava di una rapina, ma di una punizione».

«Ingrassia rispose che aveva già delle persone di cui si fidava indicando me – racconta alle pm il pentito  ChiarelloCastronovo, detto “Coccodrillo(grande amico e compare dello stesso Chiarello, ndr) e Tonino Siragusa», quest’ultimo guardato con una certa diffidenza dagli altri «poiché era drogato e aveva parenti nelle Forze dell’ordine».
L’ordine è di andare a parlare con Tonino Abbate, anch’egli oggi alla sbarra per l’omicidio Fragalà, che si trovava in una sala scommesse strettamente sorvegliata, all’epoca, dalla squadra Catturandi della polizia che stava monitorando i movimenti del gruppo nell’ambito di un’altra indagine, senza immaginare che quelli stavano per compiere un omicidio. Quelle riprese video, fatte dalla polizia in tempi non sospetti, saranno, poi, fondamentali per consentire ai carabinieri del Roni di riscontrare le dichiarazioni del pentito Francesco Chiarello.

Proprio nel timore di essere intercettati e ripresi – «temevamo di essere osservati mediante telecamere» – Tonino Abbate, Ingrassia e Chiarello, che, all’epoca, non era ancora né arrestato né pentito e si occupava del racket delle estorsioni della cosca di Borgo Vecchio, si infilano nella vicina via Rosina per parlare con più tranquillità del pestaggio. E lì Chiarello si chiama fuori dalla faccenda del pestaggio: «gli dissi subito che non intendevo partecipare all’aggressione». Gli altri incassano la decisione di Chiarello e mettono a punto gli ultimi dettagli prima di passare all’azione: «Tonino Abbate – ricorda Chiarello – precisò che l’aggressione doveva essere fatta nei pressi del Tribunale e che egli stesso avrebbe presidiato i dintorni e, nel momento in cui avrebbero visto la persona da aggredire, Abbate l’avrebbe indicata ad Ingrassia e Siracusa», aggiungendo che «doveva essere utilizzata una mazza di legno che era già nella disponibilità di Paolo Cocco, genero di Ingrassia, che la deteneva a bordo di uan Smart grigia di sua proprietà». Ancora in quel momento, tuttavia, secondo i racconti di Chiarello, il nome della vittima dell’aggressione non era stato fatto.

Da questo momento in poi, tuttavia, Chiarello non dirà subito ai magistrati come stanno effettivamente le cose. Inizialmente vuole salvare il suo compare e intimo amico Francesco Castronovo che ha partecipato all’aggressione. E, dunque, dà ai magistrati una prima versione dei fatti “ammorbidita” ed epurata della presenza di Castronovo. Una decisione che spiegherà, poi, con l’intenzione di evitare una condanna all’ergastolo a Castronovo che frequenta tutti i giorni assiduamente abitando i due nello stesso palazzo, Chiarello al piano terra con la moglie Rosalia Luisi e, Castronovo al piano superiore con la madre.

Sarà la moglie Rosalia Luisi a riprenderlo, nel corso di un tempestoso confronto nella sala colloqui del carcere dove Chiarello è detenuto, accusandolo di aver coperto Castronovo. E dicendo che ha dato ai magistrati una versione diversa da quella che ha dato lei. Chiarello, a quel punto, infilerà anche Castronovo nella ricostruzione.

Comunque, inizialmente, Chiarello sostiene che, mentre è in corso l’aggressione a Fragalà, alle 20.30 del 23 febbraio 2010, lui è a casa con la moglie. E un’ora dopo esce assieme al suo amico  Francesco Castronovo per andare al pub che frequentano abitualmente. E lì arriva, infuriato, intorno alle 23.30, Ingrassia. Ce l’ha con Tonino Siracusa «perché – spiega Chiarello ai magistrati – aveva esagerato in quanto aveva colpito» Fragalà «violentemente non solo alle gambe ma pure in faccia». Ingrassia sospetta che Siragusa fosse sotto l’effetto della cocaina quando aggredisce a bastonate Fragalà.

Ma non è solo questo. Ingrassia, sempre secondo Chiarello, se la prende anche con Abbate e Auteri «perché, contrariamente a quanto stabilito, impauriti dalle grida dei passanti (cioè dei testimoni, nove, che vedono l’aggressione in diretta, ndr) erano scappati senza recuperare la mazza». Tanto che se ne dovettero occupare Ingrassia e Siragusa di recuperare il bastone di legno dopo l’agguato, bastone che non è mai stato ritrovato dagli investigatori.
Chiarello aggiunge anche, nel suo racconto ai magistrati, che Ingrassia spiegò come era andato l’agguato: mentre Ingrassia «teneva la vittima, Siragusa lo colpiva ripetutamente anche in faccia». I nove testimoni arrivarono sulla scena a pestaggio già in corso. Nessuno parla di due aggressori ma di uno solo. Aggiunge Chiarello di ritenere che «Ingrassia e Siracusa avessero i caschi la sera dell’agguato, perché li usavano sempre essendo lo scooter Scarabeo privo di assicurazione». E infatti sono loro a recuperare e a portarsi via il bastone, «sporco di sangue sullo Scarabeo blu di Ingrassia».

Ma le cose si complicano ulteriormente, secondo Chiarello, perché Siragusa racconta alla moglie, Gabriella Rossi, dell’aggressione. E Arcuri, che era l’amante della donna, lo viene a sapere. Si scatena il panico nel gruppo. Tutti temono che, o per colpa di Siragusa o per altro, i loro nomi vengano a galla. Lo stesso Paolo Cocco, genero di Ingrassia, riferisce a Chiarello la sua preoccupazione che qualcuno abbia annotato i numeri di targa della sua Smart con la quale ha trasportato il bastone di legno per ferire a morte Fragalà. E, poi, senza sapere di essere intercettato confessa alla moglie di aver partecipato all’agguato: «Per il fatto dell’omicidio può essere che poi mi vengono a cercare… che c’ero pure io esce…». E la moglie, di rimando: «Ma che cazzo stai dicendo…? Le chiavi possono buttare. Mi hai sconvolta Paolo».

Negli interrogatori successivi a cui Chiarello si sottopone, il pentito inserisce nella squadra mafiosa che ha ucciso Enzo Fragalà anche il suo grande amico Francesco Castronovo spiegando di averlo tenuto fuori finora dalle ricostruzioni. E assegna ruoli diversi al gruppo di aggressori: non più Ingrassia e Siragusa gli aggressori materiali, ma Castronovo e Paolo Cocco.
Il primo ottobre del 2015 i pm gli contestano di aver taciuto la presenza del suo amico Castronovo nel gruppo. «Ero preoccupato per la madre di Castronovo cui sono molto affezionato», dice Chiarello spiegando che a colpire Fragalà non furono Ingrassia e Siragusa ma, piuttosto, lo stesso Castronovo assieme a Paolo Cocco.La sera dell’agguato, dopo l’aggressione, si presentò a casa sua Castronovo «sporco di sangue».
«Indossava un giubbotto verde chiaro, una camicia celeste, jeans e stivali marroni – ricostruisce Chiarello – davanti a mia moglie disse: “per i colpi che abbiamo dato io e Paolo questo (Fragalà, ndr) muore”. Andò a cambiarsi a casa sua, poi prese la sua Atos grigia e mi disse che stava andando a buttare “le robbe”. Dopo dieci minuti tornò ma non volle mangiare. E mi confidò quello che era successo».

I due andarono nel pub che frequentavano. Castronovo, dice Chiarello, «era preoccupatissimo». E gli racconta per filo e per segno la dinamica dell’agguato: «Tonino Abbate indicò la persona da colpire. Siragusa e Ingrassia si avvicinarono, Castronovo e Cocco lo colpirono. C’erano poi due persone sconosciute con uno “Scarabeo” arancione che giravano insieme ad Abbate che era su un Sh bianco 300. Circa lo Scarabeo arancione io so solo che Ivano Parrino aveva uno Scarabeo arancione».

I testimoni oculari dell’aggressione ricordano, confermando quanto raccontato dal pentito nel 2015, quello scooter Honda Sh300 bianco guidato da un uomo e su cui salì l’aggressore di Fragalà disfacendosi del bastone che rotolò per terra mentre la moto si dileguava lungo via Nicolò Turrisi.

Ieri nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, Chiarello ha ripetuto la sua versione di fronte ai 6 imputati, compreso il suo vecchio amico Francesco Castronovo. Che ha chiesto di fare una dichiarazione spontanea. E rivolto ai giudici ha sostenuto che Chiarello lo accusa per vendetta perché lui aveva una relazione con la moglie del pentito, Rosalia Luisi. Ascoltata pure lei, ieri, in videoconferenza la trentatrenne ha confermato le parole del marito pentito smentendo Castronovo. Ricorda il momento in cui Francesco Castronovo entrò a casa loro, sporco di sangue, di ritorno dalla mattanza di via Nicolò Turrisi: «era molto agitato, era sconvolto». Racconta della preoccupazione del clan dopo l’aggressione per timore che Fragalà morisse per i violenti colpi di bastone ricevuti: «Stu cristianu muriu, sicuramente muriu e sugnu cunsumato, stavota Salvatore (Ingrassia, ndr) mi consumò». Ricorda come le venne raccontata l’aggressione: «Loro che caffuddavano», che picchiavano con grande violenza Enzo Fragalà dopo averlo accerchiato. «A colpi i ligno, a colpi i ligno».