Cinquant’anni dopo il terremoto la Valle del Belice racconta la sua storia

stella-del-belice

Saranno i bambini di allora, quelli estratti vivi dalle macerie e quelli nati durante il terremoto, il simbolo della rinascita dei paesi della Valle del Belice nel giorno del 50° anniversario di quel sisma che in una sola notte devastò quest’angolo della Sicilia. Memoria e riscatto in una giornata che vuole essere ricordo di una tragedia ma anche prova della capacità degli abitanti della Valle di rialzarsi e ricominciare. Nella notte fra il 14 e 15 gennaio 1968, alle 3.01, un terremoto di magnitudo 6.4 sorprese nel sonno gli abitanti dei paesi della Valle. Le case di tufo vennero giù, chiese e campanili crollarono. La scossa fu avvertita a Palermo, Trapani, Agrigento, sino all’isola di Pantelleria. Si contarono – ma i numeri non furono mai definitivi – circa 400 morti, mille feriti e oltre 70mila sfollati. E la tragedia sarebbe potuta essere anche peggiore se una scossa della mattina non avesse spaventato e spinto alcuni abitanti a passare la notte in macchina o nelle campagne. Ad aprire le celebrazioni domani, a Partanna (Trapani), alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, saranno proprio quegli ex bambini. A loro il compito di consegnare le targhe alla memoria. Anche il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, parteciperà domani alle cerimonie.

Ci sarà Antonella Stassi, la bimba nata nelle campagne di Partanna mentre la terra tremava. Venne alla luce sotto le stelle e per lavarla con l’acqua calda i parenti utilizzarono l’acqua in cui per cena erano state bollite le uova. Lei consegnerà al comandante della Legione Carabinieri Sicilia la targa alla memoria dell’appuntato Nicolò Cannella. Franco Santangelo, il miracolo di Gibellina, il bimbo, con il ciuccio ancora in bocca, estratto vivo dai Vigili del fuoco dalle macerie di un paese distrutto, consegnerà invece al comandante regionale dei Vigili del Fuoco la targa in memoria dei quattro pompieri Giuliano Carturan, Savio Semprini, Alessio Mauceri e Giovanni Nuccio. E la memoria va anche a Eleonora Di Girolamo, la bambina di 7 anni conosciuta da tutti come cudduredda che venne estratta viva dopo oltre 50 ore dal terremoto, ma poi morì in ospedale per una polmonite. Al suo angelo, il vigile del fuoco Ivo Soncini, sarà la sorella di Eleonora, che di cudduredda porta lo stesso nome, a consegnare un riconoscimento. Una terza targa andrà poi alla memoria di Don Antonio Riboldi, “per la dedizione, l’impegno religioso e civico a favore delle popolazioni della Valle del Belìce” e sarà consegnata al vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero da uno dei bambini che monsignor Riboldi portò a Roma dall’allora presidente della Repubblica.

Ma le celebrazioni per il cinquantenario non vogliono essere soltanto un momento di mera memoria. ”Abbiamo fortemente voluto che queste celebrazioni fossero un’opportunità per mostrare la bellezza di questa Valle e di tutte le sue ricchezze – spiegail sindaco di Partanna e coordinatore del Coordinamento dei sindaci della Valle del Belice Nicola Catania – Un’occasione per andare oltre quello stereotipo che da 50 ci portiamo dietro. Non è vero che qui non si è fatto nulla. È stato fatto tanto e bene, grazie alla caparbietà, all’ostinazione, alla resilienza degli abitanti del Belice che sono riusciti a risollevarsi da quella tragedia. Bisogna guardare a questa Valle con occhi intelligenti e vedere il suo grande patrimonio naturalistico, la sua rete museale e culturale, il suo patrimonio enogastronomico, la sua capacità di attrazione turistica”. Memoria ma anche riscatto dunque perché, come sottolinea il sindaco di Gibellina Salvatore Sutera, ”il Belice non si è mai pianto addosso, ha saputo lottare, in un primo momento anche contro uno Stato che sembrava sordo alle sue richieste”. Stato che ”è ancora in debito con questo territorio”. Da ”sfatare” anche l’idea che questa Valle sia stata un luogo di ”sperpero” di denaro pubblico: ”il Belice è costato allo Stato 1/3 rispetto al Friuli” afferma Sutera

Il terremoto del ’68 rase al suolo il paese di Gibellina che oggi sorge a circa 15 chilometri di distanza dal vecchio centro. Oggi, i resti del paese sono quasi completamente ricoperti del “Cretto di Gibellina”, l’opera realizzata da Alberto Burri. ”Per gli abitanti del paese ricordare quella notte è ancora una forte emozione – spiega il sindaco -. C’è il dolore di chi l’ha vissuta e che in quella tragedia ha perso familiari e amici e c’è la volontà di trasmettere il ricordo ai giovani che non erano ancora nati ma per i quali può rappresentare un momento di riflessione”. Se la Valle del Belice è un territorio che, letteralmente, ha saputo rinascere dalle sue macerie, i primi cittadini della zona non nascondono che ci sono ancora delle cose da fare, delle ”ferite da sanare”. ”Si tratta di ferite vecchie e nuove – spiega il sindaco di Partanna – Ci sono cittadini che hanno acquisito il diritto a vedere ricostruite le loro proprietà e ancora aspettano, c’è un’infrastrutturazione da completare, opere di urbanizzazione primaria da portare a termine”. A Santa Margherita, per esempio, ci sono ancora quartieri dove la rete idrica e fognaria non è completa. Le ferite ”nuove” riguardano invece ”le difficoltà per i sindaci ad amministrare città progettate e ricostruite per grandi comunità e vissute invece da pochi abitanti – continua Catania – la manutenzione di grandi opere realizzate 50 anni fa e che adesso sono vecchie, la gestione di un patrimonio immobiliare di case diroccate dei centri storici, abbandonate dopo il terremoto e che ora costituiscono un pericolo per l’incolumità pubblica”.