Altro che Var, nel calcio contano i simboli non i rigori. Un libro spiega perché

“In Italia il calcio è tutto e troppo, quindi non si lascia racchiudere in una forma”. Lo dice il critico letterario Massimo Raffaeli lamentando l’inesistenza di un libro che si ponga la domanda: cosa rappresenta il calcio per il nostro Paese? Obiettivo ambizioso cui dare una risposta. Ci prova lo stesso il giornalista siciliano Giovanni Tarantino (già autore di un libro sul Palermo, Una storia in rosa e in nero, e di una storia dei movimenti giovanili di destra, Da Giovane Europa ai Campi Hobbit) con il suo Calciopop. Dizionario sentimentale del pallone (Il Palindromo, pp. 214, euro 17). Un lavoro che “guarda al calcio nella sua essenza, fatta di colori, simboli (quindi anche gli stemmi, le loro radici araldiche e le maglie), storie e tradizioni”. Il tutto condensato in una serie di voci, da Andy Capp – icona del calciofilo bevitore di birra – a Zemanlandia. Segue, in appendice, una storia dei movimenti ultras che hanno cambiato il volto del tifo organizzato. Un saggio introdotto da una frase di Desmond Morris che lascia intuire quale sia il punto di vista dell’autore: “Niente potrebbe risultare fatale al football quanto la trasformazione del calcio in uno sport per famiglie”.

Occupandosi dello spazio che il calcio occupa nell’immaginario era inevitabile anche incrociare il tema dei rapporti tra cinema e pallone: ebbene, nota Tarantino, nel cinema la Lazio è la squadra rivale della Roma “buona”, i laziali sono i perdenti, gli antieroi, sulla scia degli insulti rivolti da Alberto Sordi ai tifosi biancocelesti nel film Il marito (1958): “‘ndo vanno ‘sti sfollati! A profughi, a zozzi laziali…”. E ciò nonostante la Lazio possa vantare di essere nata ben 27 anni prima della Roma e quindi di poter a pieno titolo rappresentare l’anima calcistica della Capitale.  Quando invece c’è di mezzo il Napoli, rivale e outsider per eccellenza è l’Inter. Nel 1972, poi, anche le curve esordiscono sul grande schermo con Torino nera, di Carlo Lizzani, che fa riferimento a un omicidio compiuto in curva sotto lo striscione Ultras Granata. Anche il cinema impegnato non disdegna il calcio: basti pensare alla scena di Ecce Bombo in cui a Nanni Moretti e ai suoi compagni viene più facile recitare la formazione della Grande Inter anziché l’elenco dei presidenti della Repubblica: “De Nicola… De Nicola, Burnich, Facchetti…”.

Dal cinema al fumetto: così una voce è dedicata al biondo Theo Calì, calciatore e giustiziere implacabile nato nel 1973,  “più seduttore di James Bond, più tecnologico di Diabolik, più spavaldo di Fantomas”. I testi del fumetto erano di Italo Cucci, che firma la prefazione al libro di Tarantino e che così ricorda il personaggio disegnato da Giovanni Romanini: “Era praticamente un Diabolik calcistico, la notte si toglieva la maglietta della Juve e andava a raddrizzare i torti, a far giustizia, anche severamente…”. Accanto a Theo, Corto Maltese, icona della gioventù granata ma anche di quella bianconera e degli interisti di Brianza Alcoolica. Adottato dai tifosi del Milan invece Ranxerox, robot con sembianze umane costruito da pezzi di una fotocopiatrice, coatto e violento.

E che cosa c’è, infine, di più simbolico degli inni? Il sodalizio tra musica e calcio è di vecchia data e può vantare una tradizione di tutto rispetto se persino Giacomo Leopardi, nel 1821, scriveva la poesia A un vincitore nel pallone, dove si glorifica la “sudata virtude” che ancora oggi anima certo il business e l’affarismo, ma che è ancora passione e spettacolo irrinunciabile.